Roberto Pinochi.
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La strana fuga del tempo.
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2018. MdS Editore, Societ Cooperativa, Pisa.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Ridestati, domani, sogna questa notte. Una poetessa raccontava cos il suo amore perduto, e le sue parole sembrano le mie. Non potrei descrivere meglio quello che mi  successo, che mi sta succedendo... ma non so se mi risveglier domani...
Ai Bagni di Montecatini nel 1882 arriva per la prima volta Giuseppe Verdi con la moglie Giuseppina Strepponi e un'amica, la cantante Teresa Stolz. Il Maestro di Busseto cerca di attenuare, nella tranquillit della cittadina toscana e tramite le acque termali, l'ipocondria che lo perseguita. Nell'arco di tre settimane personaggi reali e immaginari danno vita a una vicenda dai risvolti intricati e che ha per sfondo un episodio giovanile del grande Maestro. Nel 1847, quando si era recato a Londra per la prima dell'opera I Masnadieri, aveva amato una ragazza. Trent'anni dopo un misterioso documento, scoperto in circostanze fortunose, riprende le fila di una storia che sembrava persa nel tempo, proiettando una luce inaspettata su quella passione lontana.
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L'AUTORE.
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Roberto Pinochi, nato a Montecatini Terme nel 1946. Appassionato da sempre di storia, ha scritto diversi volumi sulla Comunit di Montecatini e sulle terme. Si segnalano: L'assedio di Montecatini (1995), I Monaci Cassinesi della Badia fiorentina ai Bagni di Montecatini (Edifir, 2005), Gli Statuti della Comunit di Montecatini in Valdinievole (2006), I Bagni di Montecatini nell'Ottocento (Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca 2010), Dentro la Terra di Monte Catino (2012), Al Tettuccio arrivava Verdi (2013). Altri contributi sono stati pubblicati sui volumi dell'istituto Storico Lucchese, Sezione di Storia e storie al femminile, di cui  segretario. E uscito nel 2015 il suo primo romanzo storico dal titolo Santa Barbara e la granduchessa (Del Bucchia Editore).
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Capitolo 1..
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Temistocle Solera.
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 arrivato stamattina, finalmente, con il treno delle 9,30 da Firenze. Insieme a lui la moglie, piccola e grassoccia, vestita elegante, ma con una cuffietta di almeno dieci anni e un'andatura traballante su due gambe rattrappite dall'artrosi. Un'altra signora dietro di loro, pensierosa come se non avesse ancora deciso il da farsi, se scendere dal predellino o riaccomodarsi sul sedile di velluto bord e proseguire verso Lucca. Sono tre giorni che gli faccio la posta alla stazione, arrivo per il primo treno che  ancora buio, mi siedo su una panca del giardino di fronte e aspetto. Nell'intervallo fra un convoglio e l'altro passo il tempo a ispezionarmi con scrupolo: specialmente le mani. Ho le nocche sbucciate e le unghie spezzate, sul palmo non si vede pi la linea della fortuna, ancora meno quella dell'amore, la vita  un segmento rugoso, dentellato, spartito in mille rivoli.
Ne ho visti arrivare, di treni, avvisano il mondo intero con un fischio dritto, verso il cielo. I ragazzi si rintanano tra le gonne materne perch temono che sbuchi chiss chi, e in
effetti pochi sanno quale sar l'umanit che prender terra quando la locomotiva sbuffer l'ultimo pennacchio, e con un rantolo si fermer davanti al marciapiede.
Ne ho vista passare, anche, di gente. Dove sono ora ne arriva da ogni parte, questo  un paese accogliente, ci sono buoni alberghi, dignitose osterie, viali dritti cosparsi di alberi ombrosi, un'acqua (o meglio, tante acque diverse) che dicono un toccasana per mille magagne. Io ci ho accostato le labbra una volta, e Dio ce ne scampi se ripeter l'operazione in futuro...molti per la tracannano a boccali come un nettare, e fanno smorfie che non sai se sono di disgusto
o di soddisfazione. O entrambe le cose.
Dai vagoni ancora fumanti, come se davvero uscissero dagli antri di un inferno, appaiono gli ospiti che riempiranno il paese per le prossime settimane. Alcuni scendono titubanti, attenti a dove mettono i piedi; altri sono la baldanza in persona. Uomini e donne hanno le stesse facce, giallognole e con gli occhi pesti, dove sbrilluccica un barlume di speranza. Si affannano intorno a loro i facchini a caccia di bagagli e i galoppini del paese che esaltano l'economicit della pensione tale, la cucina e il garbo della locanda talaltra. I forestieri sono sballottati qua e l, ma ancora non hanno visto niente, il bello deve venire, perch fuori di l, fuori dal locale della stazione li aspettano venditori di cianfrusaglie e turchi napoletani con tanto di fez e di baffoni girati all'ins, con sulle spalle tappeti variopinti e in bocca un idioma inventato e misterioso, fatto di consonanti gutturali e vocali aspirate. Chi li capisce  bravo. Sul treno da Firenze delle 9,30, stamani, per c'era lui.
Appena sceso si  guardato intorno per la prima volta e si  accomodato con la mano il suo solito cappello da carbonaro. Se ricordo bene, era il suo modo di presentarsi ad un nuovo pubblico. Arrivava osannato dalla gente e lui si toccava il cappello, un po' in cenno di saluto, molto perch, nonostante tutto, su lui aveva il sopravvento la ritrosia. Non si era evidentemente abituato alle ovazioni, ai cavalli staccati dalla carrozza, agli incensi delle gazzette: aveva imparato il francese,  vero, ma il dialetto era ancora la lingua da spartire con i contadini e i mezzadri della Bassa.
Sotto la pensilina si aggira qualche passeggero in attesa. Qualcuno alla vista di quel terzetto si d di gomito e fa cenno con la testa... ma  davvero lui? Possibile che la nostra strada si sia incrociata con la sua, che respiriamo la medesima aria, che lo guardiamo cos dappresso... la bella barba bianca e gli occhi fulminanti, la gloria che gli aleggia a fianco ad ogni passo, ad ogni parola. Io so di sicuro che  lui. Certo che  cambiato; quasi quaranta anni non passano invano nemmeno per gli unti dalla gloria. Lo sguardo per  lo stesso di allora, di quando eravamo amici e cominciavamo a sbarcare insieme il lunario. Chiss se mi ravviser, mi sono ripiegato come un giunco dopo essere stato un colosso in giovent, e mi vesto ancora con abiti che mi ballano addosso, ma non ho denaro, aspetto di guadagnarne, ma non so come, ho imparato cento mestieri senza saperne fare davvero alcuno... Ora mi contenterei di qualunque occupazione, dopo che a Livorno mi sono ridotto a fare lo scrivano, a vendere l'acqua a boccali per strada e a leggere le carte ai passanti.
Mi sono alzato dalla panca sulla quale ho vissuto gli ultimi tre giorni. Le due donne chiamano i facchini per i bagagli, e questi li caricano su una carrozza di piazza, chiusa per riparare i forestieri dai raggi del sole di giugno. Il vetturino si  tolto il cappello, ma  un gesto consueto, non credo lo abbia riconosciuto perch se lo rimette subito e se lo calza bene cos che non gli voli via. Anche il fiaccheraio ha bei baffi neri e folti, la camicia abbottonata fino al collo e un panciotto ormai consunto. Si china sui suoi clienti per conoscere la destinazione e annuisce con un cenno d'intesa. Lui sorride a un uomo l vicino che gli ha rivolto qualche parola e mi pare un prodigio; ma gi,  l'aria di qui che infonde serenit, e poi i toscani sembra che cantino, con la loro parlata soffice e scabra insieme, ogni frase  una pennellata, un colpo di scalpello, il ricciolo d'una colonna. A sentirli mi pare d'ascoltare Machiavelli, non Dante n Boccaccio, ma il segretario fiorentino che s'ingaglioffa e trae il cervello di muffa, gioca a cricca, ma poi veste abiti curiali... Quel vetturino scombinato ha fatto sorridere lui! Machiavelli ne sarebbe fiero.
E io dovrei farmi avanti, avrei dovuto farmi avanti, ma ormai  tardi e il cavallo gi si muove. Sono digiuno da iersera, quando un fornaio benevolo mi ha regalato un tocco di pan nero sul quale ho strusciato una salacca per insaporirlo un po'. Le gambe non mi hanno portato pi in l di un passo, dopo tutti questi anni ho temuto di non potermi far riconoscere, mi sono scordato tutto il discorso che mi ero preparato. Le parole erano il mio forte, una volta, ci vivevo
e ci vivevo bene vendendole. Le mettevo in rima, colpivo al cuore la gente, i sentimenti del popolo, strappavo lacrime e procuravo ebbrezze, incitavo alla lotta e alla rivoluzione anche se non me ne rendevo conto del tutto. E ora niente, non so pi mettere in fila una preghiera.
La folla del treno delle 9,30 da Firenze si  dispersa per le vie del paese, a piedi o sulle carrozze in attesa. La piazza davanti alla stazione  deserta, adesso. Mi siedo di nuovo. Ho
lo spirito in frantumi per la mia dappocaggine, dopo quello che mi ero ripromesso, il discorso dimenticato e la paura di farmi avanti, di cogliere nel suo sguardo la commiserazione, e la piet in quello delle sue donne. Domani non avr nemmeno l'incombenza di aspettare i treni, la mia panca rimarr vuota.
Sono rimasto solo davanti ai cancelli della stazione e lo sconforto mi angustia. Ecco che di fronte a me compare una donna con la faccia appena rugosa, vestita con abiti da gitana, un fazzoletto variopinto a raccogliere i capelli, una larga sottana e una manciata di collane tintinnanti al collo.
- Avvicinatevi, datemi la mano, ve ne prego - sussurra con gli occhi bassi. Stupito, gliela porgo... Lei me la stringe e con un dito segue i segni del palmo martoriato, come se stesse scrivendo qualcosa. Mormora parole incomprensibili. Poi mi guarda ed emette la sentenza:
- Credo che per voi stiano preparandosi giorni speciali... la vostra disgrazia finir, la sorte pare togliersi la benda ed esservi di nuovo propizia... La vostra fortuna pu di nuovo brillare, se solo lo vorrete. Non esitate, dovete portare a termine il compito che vi ha condotto in questo paese... il
destino dipende in gran parte da voi, spalancate il vostro cuore, non rimanete attaccato al passato! Ricordate quello che vi ha detto Azul!
Io la guardo perplesso, come potr cambiare il destino di un uomo che ha gi provato tutto,  salito alle vette del potere ed  precipitato fino agli abissi dell'abiezione... Gli altari e la polvere hanno fatto parte costantemente della mia vita. Ma i suoi occhi sono limpidi e la sua mano calda.
Ripenso a quello che mi ha detto mentre la vedo allontanarsi; non so bene se ho capito fino in fondo il messaggio... Cosa vuole da me questa Azul... azzurra... un nome strano ma appropriato per una zingara dagli occhi color del mare.
Lungo la via provinciale dove sono allineati molti alberghi sbuca all'improvviso una carovana variopinta annunciata da uno strepito di tamburi. Sopra un carro tirato da un cavallo si sbracciano un nano vestito con enormi calzoni e un giocoliere che fa saltare abilmente tre palline. A piedi procedono un giovane muscoloso truccato con due baffoni posticci e una ragazza sorridente che consegna biglietti agli astanti. Due uomini con abiti moreschi picchiano sui tamburi ai lati del carro. Davanti a tutti, su un cavallo bianco che scrolla con eleganza la testa, si erge imponente un uomo di colore vestito alla veneziana. Porta una scimitarra al fianco e lancia occhiate terribili, come a sfidare tutto il mondo. Con voce roboante annuncia che quella sera, nella grande Arena Santarelli che sorge da vent'anni nel centro del paese, e che prende il nome dal suo proprietario, il circo dei Fratelli Smeraldi terr il suo spettacolo di arte varia. Prezzi modici, attrazioni sorprendenti, divertimento assicurato. Pare non debba fare altro che pronunciare quelle poche frasi, da imbonitore che pubblicizza la sua merce; a un certo punto per, come spinto da un impulso improvviso, gira la testa verso di me.
Io sono fermo proprio su un angolo della piazza e diverse persone mi stanno intorno, applaudono la sfilata, ridono tra di loro e magari programmano davvero di passare la serata in compagnia di quel piccolo circo: ma l'uomo di colore mi fissa come se ci fossi solo io, d uno strappo alle redini e fa scartare il cavallo nella mia direzione. Quando mi  pi vicino, infila la mano in una sacca, si piega, mi porge uno scartafaccio chiuso con un nastro e ritorna come se niente fosse a gridare il suo annuncio. Tutto  stato cos repentino che mi ritrovo in mano quel pacco senza poterlo evitare in nessun modo. Il cavaliere di colore continua nelle sue evoluzioni, il nano  saltato gi dal carro e finge di buttarsi tra le zampe dell'animale fra cento capitomboli, sollevando le risa della gente. Il giovane muscoloso gonfia il torace fin quasi a far scoppiare l'esile maglia che indossa, la ragazza persevera nei suoi inviti occhieggianti mentre i tamburi rullano ritmicamente.
La mattinata ha allargato il suo chiarore oltre i tetti delle
case.
Ora mi bruciano gli occhi per il sole, e cerco refrigerio sotto le piante poco pi distanti. Qui c' meno affollamento perch tutti seguono il rumoroso corteo e si divertono con i lazzi dei circensi.
Mi incammino di nuovo verso casa, sono solo pochi minuti di strada che mi sembrano un'eternit. Quando arrivo nello
stradello, la padrona mi viene incontro e mi ricorda di pagare la pigione dell'ultima settimana. Annuisco in silenzio, lei non insiste perch si accorge del mio turbamento, anche se guarda quel fagotto che tengo in mano, sperando forse in un contenuto prezioso.
Dopo poco sono a casa, se casa si pu definire una stanzuccia
screpolata con un lettino in un angolo e un braciere per scaldare qualcosa, anche solo un po' d'acqua. E in un fabbricato quasi nel mezzo del paese, in un viottolo che confina con il giardino di un grande albergo. Da qui si sentono le voci dei clienti, le risate delle donne, gli ordini alla servit. La padrona sta nelle due stanze a terreno,  una vedova con un paio di figli piccoli, che si guadagna la vita andando a servizio per la stagione, e affitta la camera per arrotondare le scarse sostanze. Io ho un tavolino, una sedia impagliata e un letto, la mia scrivania e la mia poltrona.
A questo punto non mi resta che aprire lo scartafaccio e vedere cosa c' dentro.
Chiss perch ho un certo timore, non mi spiego il comportamento del cavaliere di colore, che non mi pare di conoscere, anche se le mie peregrinazioni in mezzo mondo potrebbero avermelo fatto incontrare senza che lo ricordi.
E una cartellina di colore giallo che contiene fogli stropicciati sulla quale  scritto in piccolo, in un angolo, "M. T.".
Pare un diario che racconta uno spicchio di vita, un paio di mesi di un'estate trascorsa oltre trenta anni fa nella citt di Londra. La lingua usata  l'italiano, le frasi semplici, come nella scrittura di un principiante. Chi scrive  una donna,
il tocco  leggero ma inconfondibile. L'autrice non rivela il suo nome, si capisce per che  un'artista da alcune notazioni; era giovane, a quanto sembra.
In mezzo a ricordi che paiono dolorosi, vissuti con distaccato sconforto, spicca una storia d'amore, delicata e romantica, ma insieme carnale, una passione che la donna misteriosa pare trasformare in musica. Tra le righe mi sembra d'intravedere qualcosa di familiare, come se i protagonisti avessero fatto parte della mia vita in un tempo remoto. Non ho tuttavia l'intenzione di impelagarmi in un misterioso labirinto di parole. Non adesso, di certo. Scorro velocemente il testo ma rimango colpito dall'ultima pagina, che rivela un taglio completamente dissimile da quello iniziale. La mano  diversa,  un insieme di cifre, una lingua strana e inafferrabile. Sembra una scrittura criptata, nascosta alla comune comprensione. Alla fine, tracciato in fretta, un nome, Filelfo. Non so quanto tempo sia passato da quando ho iniziato la lettura, forse un'ora. Chiudo il plico e finisco di scrivere le note che mi sono abituato a tracciare sugli eventi della giornata affinch non si perda memoria di me, Temistocle Solera: Ferrarese, poeta e librettista, maestro di musica, gi direttore di spettacoli a Madrid e artista lui stesso, favorito della Regina Isabella di Spagna, mercante d'antichit in Firenze, ahim pubblico scrivano e venditore di acqua in Livorno, presentemente senza occupazione. Avrai tu l'universo, resti l'Italia a me! Era cos ignobile questo verso?


Capitolo 2.
Teofilo Testi.

Dopo dodici anni d'onorato servizio mi  finalmente capitata l'occasione! Unica, incontrovertibile, prodigiosa... a Firenze si accorgeranno alla buon'ora del cavalier Teofilo Testi, corrispondente troppo misconosciuto de La Nazione, relegato in un angolino del giornale, sotto la rclame dei busti per signora. Lo vedranno, quelli l, se non si merita la prima... beh, diciamo la seconda pagina
il mio articolo dai Bagni di Montecatini, luogo d'idilli e fantasie, dove il prosaico effetto delle acque non inquina
il bel vivere cortese, le conversazioni argute della societ pi ricercata... Che ne dite? Non so maneggiare le parole come si deve? Non merito una maggior considerazione da parte di quel succhiasangue dell'editore e un ritocco ai miei emolumenti fermi alle due lirette al pezzo dall'anno della presa di Porta Pia, cio quanto prende un apprendista tipografo?
L'occasione che aspettavo da sempre mi si  materializzata davanti stamattina. Come mi capita sovente, mi trovavo di buon'ora nella piazzetta di fronte alla stazione dei treni, s, quella inaugurata trenta anni fa in pompa magna dal Granduca in persona.
Dunque, chiacchieravo con un amico vetturino (perch io sono letterato, ma anche democratico), tale Tommaso, che tutti chiamano Masino per il fisico non proprio da Maciste. Masino  una pasta d'uomo, ha moglie e tre figli, abita a mezza costa e striglia i cavalli da quando era ragazzo.
Ero l non dico a bighellonare, ma senza un'idea precisa sul da farsi, quando dal treno da Firenze vedo scendere tre persone, un uomo e due donne. Mi son dovuto stropicciare gli occhi per tre volte (una per ognuno di loro) per credere a quel che vedevo! Non potevo sbagliare, lo avevo incontrato a Milano, all'Esposizione Nazionale, e gli ero quasi inciampato addosso mentre scendevo dal salone delle Belle Arti allestito dalla Toscana. Nonostante gli anni trascorsi i lineamenti del volto non sono cambiati; gli occhi grifagni e le sopracciglia folte, il naso da sparviero, la bocca socchiusa come a mormorare canti celestiali, gli stessi abiti gualciti e pesanti. Era proprio lui, il cigno di Busseto! E quella donnetta (sia detto senza offesa) che gli trotterellava accanto era proprio la Strepponi, la Peppina come la chiama lui, che si  accartocciata negli anni, mi pare si sia infilata in testa una parrucca castagna sotto un cappellino dmod... e l'altra doveva essere senza meno la celebre Teresina Stolz, quella soprano boema, o ungherese, o slovacca... beh, di una di quelle parti, arcigna di faccia, ma che ho avuto la ventura di sentire cantare nell'Aida del Nostro, e allora altro che angeli, pareva una nuvola di armonia!
E ora eccoli tutti e tre ai Bagni, non dico in incognito, perch uno come Giuseppe Verdi non pu andarsene in giro impunemente senza che qualcuno lo riconosca, e cerchi di fargli festa, ma insomma la faccenda era rimasta riservata... almeno il giorno e l'ora dell'arrivo non si conoscevano (salvo l'albergatore, chiss). Nessuno a ricevere il Maestro, n una banda n una bandiera! Come sono cambiati i tempi da quando c'era il Granduca... ma basta nostalgie. Verdi viene verso di me e mi squadra per bene, si tocca la tesa del cappello in segno di saluto, abbozza una smorfia a mezza bocca che io interpreto come un sorriso; poi al vetturino che si  chinato verso di lui mormora:
- Alla Locanda Maggiore, facciamo presto!
La Locanda Maggiore, ecco, lo sapevo!
La Locanda Maggiore  gestita da Napoleone Melani, erede delle tradizioni pistoiesi di Giuseppe Valiani cuoco e gelatiere. Era nata come albergo per i benestanti in cerca della salute perduta, come ricettacolo per i miserabili dichiarati tali dalla fede del parroco... insomma, per tutti era la locanda dove ristorarsi dalle fatiche dei Bagni. Tutta la vita dei Bagni, dopo gli stabilimenti, avviluppata l dentro. Napoleone quindi non poteva non essere al corrente! D'altronde come si poteva pensare che mettesse i cronisti a parte di questa notizia clamorosa...  ancora un ragazzo, avr poco pi di vent'anni, ma ha imparato bene la lezione da sua nonna, la vecchia Carlotta: i forestieri devono godere di ogni riservatezza, e pi sono famosi e meno se ne deve sapere in giro. Sosteneva inoltre che i clienti sono tutti uguali... due braccia, due gambe, una bocca per mangiare e un pertugio per andar di corpo, anche se questo a Napoleone sembrava una bestemmia, riferito a un genio come il Maestro. Del resto chiss come si era comportata lei con Rossini, quando arrivava da Firenze per gustare i suoi maccheroni al pomodoro, o le andava la mattina in cucina a sfruculiare nei tegami, un assaggino qui e un bocconcino l, magari accennando il Barbiere a mezza voce. E poi il fascinoso Massimo d'Azeglio che le regalava le buccole, Gino Capponi, Poldo Galeotti e Marco Tabarrini, che conversavano con lei delle rivoluzioni e dei governi, e la stavano anche a sentire, vedete un po'... Siamo diventati tutti italiani, - diceva nonna Carlotta - ma quei savoiardi non mi convincono mica, volete mettere il nostro Granduca con le sue medaglie e l'amore per i nostri piccoli Bagni. E poi raccontava del Guerrazzi, che a
Montecatini scendeva in una pensioncina da buon democratico, ma poi veniva in piazza e faceva il suo comizio, con i clienti della locanda affacciati alle finestre a scuotere la testa. E del Giusti,
il nostro Peppino, sempre malandato di salute che arrivava dal Castello a piedi per bere l'acqua del Tettuccio e passava a salutarla con la faccia mesta di chi sa di campare poco...
Ma anche il Maestro, appena arrivato, sar pure un uomo come gli altri, su questo non ci piove, ma volete mettere l'emozione di stare insieme a lui, sentirlo parlare,
osservarlo mentre seduto in un canto medita sulle storie tremende e fantastiche scaturite dalla sua mente! Certo di alberghi ne avr visti a bizzeffe, a Roma, Milano, Genova, Londra, Parigi e in mille altri posti. Chiss se il nostro paese riuscir a far innamorare un personaggio del suo calibro... sar compito di Napoleone e della nonna Carlotta garantirgli un
soggiorno tranquillo: niente capannelli in albergo, poche smancerie da parte del personale e meno chiacchiere degli altri ospiti, alle terme un camerino da bagno tutto per lui... Da parte mia, tacere l'arrivo di un cos grande compositore mi pare un'inutile tortura! Il pubblico deve sapere, un cronista esperto come me ha l'obbligo di riferire la notizia, magari infiorettandola un po' per renderla pi saporita... ecco, per esempio, le signore con il Maestro, cosa ne pensa la Peppina di questo triangolo, della Teresina cos sollecita con Verdi, e di lui che si scorda della sua musoneria quando chiacchiera con lei, Aida, s, altro che Aida... Raccontano che a Firenze si trovassero in un albergo del centro, e poi nell'appartamento chiudessero l'uscio del salotto per essere pi liberi nel fare conversazione. E la Peppina a ingoiare rospi per amore del suo Pasticcio, o magari a tormentarsi nel dubbio. Certo, bisogna andarci con i piedi di piombo, si fa presto a disamorare un tipo rubesto come il Maestro e alla nostra cittadina questa pubblicit a buon mercato serve come il pane; ve la immaginate la paginata sul giornale Giuseppe Verdi passa le acque ai Bagni di Montecatini, tutti i particolari in cronaca, dal nostro corrispondente in loco Teofilo Testi. Altro che due lire, un pezzo cos ne vale venti, cinquanta, cento!
Ora bisogna organizzarsi. Prima cosa, chiamare il Tempestini Pietro, il fotografo che d'estate si trasferisce ai Bagni armi e bagagli da Spezia dove ha il laboratorio. Non ci si pu aspettare che il Maestro si metta in posa, figuriamoci, e allora ci si dovr appostare fuori dalla Locanda o vicino al Tettuccio, o anche dentro lo stabilimento, in mezzo ai cespugli... il fine giustifica i mezzi, immaginate cosa succeder quando il pubblico vedr le foto di Verdi che sorseggia
il nostro nettare, che sale sulle nostre carrozze, che passeggia nei nostri viali! Una rivoluzione, una corsa per venire ai nostri Bagni, nelle nostre locande, nei nostri teatri... Scrivere subito un pezzo celebrativo del Maestro, rammentare (giusto per rinfrescare qualche cervello arrugginito) le sue opere pi conosciute, affermare con sicurezza che il suo arrivo a Montecatini era programmato da tempo, e che tutti ne erano a conoscenza, ma fino all'ultimo abbiamo mantenuto il segreto, e ora per carit non si scatenasse la caccia al Maestro, a parlargli o solo a girargli intorno. Tranquillit e riposo, questo devono offrire le nostre terme insieme alle acque miracolose. S, cos dovrebbe andar bene, e poi so ben io come stuzzicare la curiosit della gente, accennare e non dire, mostrare e celare, infilare nelle cronache qualche altro nome celebrato presente ai Bagni, magari qualche signora avvenente, o delle artiste di fama che allietano il soggiorno. Alla Locanda Maggiore bisogner organizzare un servizio di appostamenti, con discrezione, niente deve sfuggire del Maestro, quando esce e quando rientra, come e con chi... Che occasione, unica, incontrovertibile, prodigiosa!
I miei articoli andranno a ruba, e finalmente avr la notoriet che mi  mancata, ma che avrei dovuto assaporare gi da anni. E la mia firma sar conosciuta in tutta Italia. Per questo, ripristinando un'usanza che avevo un po' persa di vista, ma che ora voglio riprendere, termino il mio scritto con il mio nome di penna:
Theos e Filos, il vostro cronista dai Bagni di Montecatini.


Capitolo 3.
La carovana.

Il giro di propaganda non era stato molto lungo stavolta. Imboccato il viale delle Terme, in leggera salita, il cavallo bianco e l'uomo di colore sopra si erano pavoneggiati come in una sfilata militare ancora per pochi minuti. La folla ai lati della strada sembrava comunque gradire le esibizioni, intanto offerte a titolo gratuito, e gi questo fatto assicurava ai comici la benevolenza del pubblico. Tutto il caravanserraglio composto da altri otto carri era in attesa alle spalle dell'Arena del Santarelli, dopo il piccolo slargo prospiciente il viale e oltrepassata la fabbrica detta del Magnani.
Lo spazio attrezzato per gli spettacoli era disegnato a ferro di cavallo, il palcoscenico con un boccascena di una diecina di metri era coperto da una tettoia di legno a due acque. La platea era stipata di sedie e di lunghe tavole fin sotto il palco delle rappresentazioni. Sui lati si ergevano due file di palchetti ricavati nella muraglia, dove il pubblico scelto arrivava per mezzo di una scalinata esterna alla facciata principale. Tutto l'insieme dava la sensazione della precariet, come se qualcuno si fosse divertito ad ammucchiare mattoni, tavole e seggiole senza un criterio preciso, ma solo con l'intento di sgomberare un magazzino ingolfato da un sacco di roba importuna.
Il ritorno della carovana alla fine del giro fu accolto da un generale brusio all'interno dei carri. Da ognuno di essi cominci a scendere una turba che pi scombinata non si sarebbe potuto: un uomo con un caffetano colorato e un pappagallo variopinto e loquace su una spalla, altri a torso nudo ma agghindati con pesanti orecchini e collane, altri ancora con indosso sdruciti abiti borghesi buoni per un mercato delle pulci; e poi le donne, giovani e vecchie, truccate con bistro e carminio, le bocche dipinte di rosso acceso e le guance bianche di cerone. Ognuno di loro aveva un proprio compito nello spettacolo, fosse pure spazzare il palco o preparare i costumi.
L'uomo di colore era intanto sceso dal cavallo affidandolo a un garzone. Stranamente, ora che era a terra sembrava ancora pi imponente di prima, il collo tozzo e poderoso a sostenere un torace da lottatore, i capelli ricci appiccicati alla fronte e due mani come pale da fornaio. Anche lui era truccato con bistro agli occhi e rossetto sulle labbra: ma questi vezzi femminei che in un altro uomo sarebbero parsi ridicoli, in lui accrescevano la sensazione di forza e quasi di sovrumanit avvertita da chiunque lo guardasse, fosse pure da lontano... e poi la voce: riusciva a modularla passando dai toni acuti da imbonitore a quelli bassi, scuri, terribili del congiurato. Non per nulla nello spettacolo rivestiva la doppia mansione, di annunciatore dei vari numeri e di interprete di canto. Perch la compagnia Smeraldi offriva
agli spettatori un programma variato e multiforme che agli acrobati, ai giocolieri e alle mademoiselles sculettanti abbinava l'esecuzione di brani musicali anche di opere moderne. E Verdi era come ovvio l'autore maggiormente apprezzato. Vicino al suo carro intravide la ragazza con la veletta che lo stava aspettando con impazienza. Lei gli mosse incontro.
- Osmondo, siete tornati alla fine, vi sto aspettando da un'ora... ho incontrato l'uomo che conosciamo, e suppongo che anche voi lo abbiate visto e gli abbiate consegnato ci che sapete...  importante che legga quelle parole, se le rigiri in testa e gli ci rimangano prima di andare a trovare lui... - disse in un sussurro ovattato dal fazzoletto. L'uomo, che lei aveva chiamato Osmondo, consider l'esile figura davanti a s e si meravigli ancora una volta della forza sprigionata da quella fanciulla gracile e macilenta: ma Viola era la determinazione fatta persona e non sarebbero stati i suoi polmoni malati a farla recedere dalle sue decisioni. Doveva solo riposare, di quando in quando, sedersi con la testa reclinata sul petto per qualche minuto, respirando lentamente a brevi intervalli. Cos la tosse si attenuava, e le energie le fluivano nelle membra, fino all'accesso successivo, a un nuovo fiore rosso che si allargava sul fazzoletto.
- State tranquilla, non vi agitate... ho fatto quello che dovevo, e a quest'ora avr gi aperto il plico, avr letto le parole e di certo ne sar rimasto colpito... Anche la parte finale cos oscura, chiss, avr per lui un significato che a noi sfugge, quello strano nome sar la degna conclusione di un messaggio in codice... E stata una fortuna venirne in possesso, tanto tempo fa, e ora cogliere l'occasione per consegnarlo...
Mentre Viola sembr arrendersi a una nuova crisi appoggiandosi alla ruota del carro, come sbucato da una quinta segreta comparve un uomo. Era alto la met di Osmondo, ed era storto e sghembo dalla cintola in su. Sulla schiena una protuberanza oscena lo deformava annullando quasi le spalle, il collo appariva incassato sul petto in modo tale che il volto era girato verso il basso, e per guardare in alto gli occhi dovevano stralunarsi in maniera innaturale. Ogni passo pareva gli costasse un'estrema fatica. Anche le vesti erano adeguate al personaggio, macchie di colori diversi per la blusa, larga e sagomata sul busto deforme, le brache di grigio stinto strette alle caviglie. La voce gli usc come se provenisse da un cunicolo sottoterra, quelli che servivano a seppellire i morti durante le epidemie.
- Non salutate il vostro amico Viscardello, compari? Osmondo ebbe quasi un moto di repulsione: quell'essere subdolo e malcreato non gli andava a genio, anche se il patto stretto fra loro era un vincolo indissolubile. Viola gli gett uno sguardo compassionevole, sapeva cosa significava sentirsi rifiutati dagli altri per le proprie debolezze. Il gobbo era per certo una creatura spiacevole, ma chi era lei per condannare un poveretto cos malridotto dalla natura? La tosse le diede tregua. Provare misericordia verso quel povero essere non era poi cos difficile, bastava osservargli gli occhi. Non pungevano, quegli occhi gialli, erano eternamente in cerca di una risposta, di una frase che gli chiarisse quale poteva essere il suo posto nel mondo. Era sempre allegro, il gobbo, e nessuno se ne spiegava la ragione. In lui, nonostante tutto, germogliava il poeta.
- Viola, tenero virgulto su un tremulo stelo in balia del vento, piccola conchiglia genitrice di perle, salutate il vostro amico... e voi, Osmondo, terribile vendicatore degli afflitti, paladino indomito di misere donzelle ingiustamente accusate, non mi tendete la mano...
Il gobbo accompagn le sue parole con un inchino dolente; Osmondo poco se ne cur. Giocando distrattamente con l'elsa della spada si rivolse a Viscardello in maniera brusca:
- Dal forno ammorbante che avete sotto il naso (il poetare era una pratica contagiosa) escono solo vane ciance... buon per voi che il nostro sodalizio debba restare in piedi fino al termine della storia... altrimenti avrei gi usato la vostra gobba per saggiare la tempra del mio ferro.
Quel grosso uomo nero chiamato Osmondo difettava di spirito, per lui il mondo era di soli due colori, la grazia di Viola o la ripugnanza di Viscardello. Non considerava che anche il gobbo potesse provare sentimenti e magari sperare di trovare qualche anima pia non disgustata dalle sue deformit.
- Quando Solera avr fatto le sue rivelazioni - prosegu Osmondo - dovremo considerare come si evolver la faccenda, e come si comporter il Maestro. Quella specie di diario gli risveglier la memoria, statene certi, e forse gli verr in mente anche il significato delle ultime pagine, chiss... Detto ci si profuse in un inchino smaccatamente canzonatorio e si ritir sul proprio carro. Il gobbo non parve prendersela pi di tanto; rivolgendosi a Viola le tese la mano con un gesto galante.
- Venite, mia cara, non curatevi di quello zotico pieno di boria... qualcuno un giorno o l'altro lo tirer gi a bastonate dal suo cavallo bianco e allora io sar l a strusciargli la mia gobba sul muso... ma stavolta devo essere d'accordo con lui, bisogna concludere il nostro programma, e poi ognuno per s e Dio per tutti, se Dio potr aver tempo e voglia di occuparsi di un miserabile come me... ma confido di s: non sono gli agnelli neri, storpi e sbilenchi i prediletti del Signore? - Aiut quindi Viola a salire sopra un carro dove altre due donne erano in attesa. Per conto suo, aveva trovato un tetto precario dove ripararsi, una capanna degli attrezzi vicino al bagno del Tettuccio, il pi grande del paese. Ci sarebbe stato benissimo, lontano dagli sguardi e dagli sberleffi della gente.
Mentre la sera stava scendendo, Azul ripensava alla profezia che nei panni di una perfetta zingara aveva raccontato a Solera. Era certa di essere riuscita con le sue parole a spingerlo a farsi avanti, a raccontare il segreto che gli agitava l'animo, ora che era venuto a conoscenza anche delle pagine dello scartafaccio. A lei era toccato questo compito, non potevano certo assolverlo decentemente i suoi accoliti, Osmondo troppo impulsivo, Viola troppo cagionevole, Viscardello troppo... Il tempo avrebbe agito per loro.


Capitolo 4.
Filelfo Arrivabene.

- E dunque, Filelfo, siete sicuro di non voler scommettere? Magari solo qualche lira, per rendere la sfida pi interessante... che gusto c' a darsi da fare per nulla, via, per il sangue di Cristo, siete uomo di mondo, avete viaggiato in Inghilterra, siete stato a Londra, siete un mezzo Lord... rendiamo pi interessante il nostro amichevole scontro. Queste sono le mie dieci lire... vediamo il colore delle vostre, se non avete buchi nelle tasche... o da qualche altra parte!
L'osteria dove si svolgeva questa discussione si trovava subito alle spalle della barriera della strada ferrata, in uno slargo illuminato solo da un fievole lampione a olio. Fuori dal centro della citt gli edifici conservavano ancora l'impronta agreste originaria, e parevano tutti rustiche capanne, rimesse di attrezzi o addirittura stalle. Il pregio e la ricercatezza erano stati riservati alle poche strade vicine alla piazza della chiesa e agli stabilimenti termali. Altrove la gente continuava a vivere come un secolo prima, in casupole intorno alle quali razzolavano e brucavano gli animali, con fetidi pozzi neri nelle immediate adiacenze. Quell'osteria non faceva eccezione. E quella serata non era diversa da innumerevoli altre segnate dagli schiamazzi e dai litigi fra avventori alticci e attaccabrighe.
- Dunque, avete deciso...? Il barilotto di buon Trebbiano  pronto, il gargarozzo l'avete con voi, non manca niente, forza, non vi fate pregare, Filelfo... decidetevi, per la barba di Sant'Antonio!
- Solo dieci lire, dite, vale cos poco la vostra baldanza, mi pareva che foste sicuro del fatto vostro, e allora perch non cento...
Le risate della combriccola sguaiata giungevano fino alla piazza del paese, mezzo miglio distante. La serata aveva offerto uno spettacolo insolito, una sfida all'ultima sorsata, il sangue da spargere sostituito dal rosso nettare da trangugiare d'un fiato. Filelfo aveva avuto facilmente ragione sul rivale. In pochi minuti, bevendo a lunghi sorsi cadenzati, era arrivato a tenere sospesa in aria la botticella ormai svuotata, con uno sbuffo di soddisfazione e un meritato rutto come degna conclusione dell'epica tenzone. Lo sfidante si era arreso praticamente senza combattere: resosi conto della lotta impari si era quasi affogato a forza di scoppi di tosse versandosi addosso gran parte del liquido. Ed era cos, zuppo di vino e scornato, che aveva pagato senza fiatare le cento lire all'uomo diventato per meriti indiscutibili un esempio vivente da seguire e ammirare.
La sera stava ormai sconfinando nella notte, con un tappeto di stelle cos fitto da parere uno sciame di lucciole in volo. L'aria calda invest Filelfo quando usc dalla taverna e si avvi verso la locanda dove aveva preso alloggio. Nei pressi
della stazione della via ferrata not una certa agitazione, un gruppetto di uomini stava discutendo animatamente, ma le voci giungevano indistinte. Continu la sua strada con passo pesante tenendo aperti gli occhi con difficolt. Imboccato lo stradello laterale in direzione della piazza si accorse che qualcuno lo stava seguendo. Non affrett i passi n si volt, solo strinse con pi forza il pomo del bastone in atteggiamento di difesa. Sent il respiro dello sconosciuto pi vicino, poi una mano lo afferr per un braccio quasi all'improvviso, come se l'ultimo tratto che li separava fosse stato annullato con un balzo. Si gir di scatto alzando il bastone pronto a colpire, ma l'ombra si scherm mostrandosi inoffensiva; cos Filelfo allent la tensione e scrut i lineamenti di quell'individuo ancora nascosto nel buio della notte.
- Fermatevi, Filelfo, non mi riconoscete...? L'ombra fece un passo in avanti e un raggio di luna ne illumin il volto. Da quale spicchio di memoria far riaffiorare quella faccia scavata? Il grosso Filelfo rivide un pomeriggio di tanti anni prima, una piazza ombrosa di platani, una luce fluttuante nel calore estivo. Stava passeggiando con un uomo, o meglio stavano dirigendosi verso un grande edificio. Sembrava un teatro, le locandine di fronte all'ingresso parlavano inglese, anche se qua e l spuntavano nomi italiani. Era Londra, certo, durante i suoi primi anni in Inghilterra, quando coltivava la passione per l'opera e sentiva dire un gran bene di un nuovo musicista, un terragno della Bassa gi idolo di Milano e della Scala. Ma s, ora ricordava, lo spirito notturno materializzato all'improvviso davanti a lui era quel poeta ferrarese un po' balzano, che stava sempre intorno al teatro per raccapezzare un ingaggio qualunque, librettista, rimatore su ordinazione per nascite o matrimoni, ma anche cicisbeo di dame o maggiordomo per qualche casata nobile: Temistocle Solera, s, era lui, sparito all'improvviso, quando a Londra era successo un fatto increscioso. Lo guard con curiosit mista a sorpresa, e si chiese cosa potesse volere dopo cos tanti anni. Solera, lo abbiamo visto, era male in arnese, da qualunque parte lo si girasse. Vorr soldi, si disse Filelfo, o forse una raccomandazione per un impiego, ma i tempi non erano pi floridi per nessuno, e poi perch aspettarlo di notte come un malintenzionato, arrivargli di soppiatto alle spalle a rischio di prendersi una bastonata e lui un bello spavento? Era cambiato, ma lo aveva fatto in maniera insolente, troppo ingenerosa anche per un avventuriero giramondo del calibro del ferrarese. La sua voce per gli era rimbalzata nella memoria, ancora acuta, come quel giorno a Londra quando aveva allontanato dei postulanti troppo insistenti.
- Solera... sei proprio tu! Chi si rivede dopo trenta e passa anni! Cosa ti porta in questo paese, a spaventare la gente di notte, come un ribaldo tagliaborse?
Filelfo Arrivabene, originario della Lombardia, era giunto in quella citt toscana piccola e accogliente da poche settimane, ma gi sentiva la nostalgia di Londra, dove aveva abitato per pi di trenta anni. Si era ormai abituato all'appiccicosa foschia del lungo Tamigi e alla pioggerella insistente che annaffiava i verdi prati e rendeva lustri i selciati. Dopo aver chiuso tutte le sue attivit commerciali ricavandone un consistente gruzzolo che gli garantiva una relativa solidit
economica, quasi ogni mattina e con ogni tempo misurava a lunghi passi la distanza tra la sua casa nel bel quartiere di Islington, pieno di pub e di teatri, e la British Library, dove s'immergeva nelle ricerche sulla storia inglese.
A quel tempo le questioni economiche avevano cominciato a martellarlo con le loro esigenze, ma lui riusciva a farvi fronte curando delle transazioni con l'estero, che qualche benpensante privo di fantasia avrebbe potuto definire temerarie, se non illegali. Quasi ogni mattina scambiava due parole con alcuni bibliotecari e poi si sedeva al solito posto nella Reading Room, dove lo aspettavano pile di libri e di appunti. Aveva scoperto un volume scritto da un fiorentino emigrato in Inghilterra tre secoli prima, nella seconda met del Cinquecento. Il suo nome era Petruccio Ubaldini.
Un luned, in cui non si sentiva toccato da una speciale ispirazione, gli capit un fatto strano. Chiuso il libro dell'Ubaldini si mosse per alzarsi dal suo posto. Un mancamento improvviso gli rese difficile l'equilibrio e inefficace la presa sul tomo, che gli scivol silenzioso dalle dita. Non c'era nessun altro vicino al suo tavolo e nessuno cos si preoccup di lui. Una volta giunto a terra, il largo volume si squadern infastidito per quel trattamento insolito. Le parole si erano accavallate le une sulle altre, girate sottosopra, mischiate le lunghe iniziali, scoloriti gli azzurri e i verdi; toccata terra, non era pi il faticoso resoconto di scorribande e saccheggi, matrimoni e decapitazioni, era un'accozzaglia qualunque di parole in attesa di essere innestate, di partorire la propria storia. Filelfo stava gi poco bene per conto suo; che non ci si mettesse anche quello sconosciuto conterraneo.
Chinarsi per riportare il libro dell'Ubaldini tra i mortali gli cost un mese di vita: ma i fogli che vide spuntare inaspettati fra le pagine glieli resero a usura. Si trattava di cinque o sei cartelle, moderna e abbastanza ricercata la scrittura; le parole vergate con le vocali tondeggianti proprie delle donne. Scopr la frase iniziale, quasi un incipit., come un sussurro: Ridestati, domani, sogna questa notte. Non sfogli tutto il plico, e questo fu il suo errore inconsapevole. L'ultima pagina, staccata dal resto, era un susseguirsi di numeri privi di senso, di certo un messaggio cifrato. Alla fine, se avesse continuato, avrebbe letto un nome, il suo: Filelfo. Senza rendersi quasi conto di ci che stava facendo si infil velocemente i fogli in tasca. Era curioso di scoprire quale storia ci stesse dietro, perch in un volume vecchio di tre secoli si nascondesse quel brogliaccio, e soprattutto cosa c'era scritto. Usc dopo aver ripreso il pastrano e il cappello, inventandosi un pretesto con i bibliotecari. L'aria fresca l'avrebbe rinfrancato, ne era certo; l'attesa della scoperta di chiss quale vicenda lo sospingeva svelto gi per le scale, verso il parco che attraversava ogni giorno per tornare a casa. La nuova amica che sentiva pulsare sul cuore era impaziente di raccontare la sua storia.
Quella mattina era per nata male ed era destinata a concludersi peggio. Lungo la strada del ritorno, Filelfo aveva deciso di passare attraverso il boschetto di un parco per rinfrescarsi ancora di pi le idee; ma, come avrebbe detto il poeta, mal gliene incolse: due malviventi aspettavano al varco qualche solitario viandante per rovinargli la giornata e rovesciargli coscienziosamente le tasche. La paura fu tanta, il danno fisico
esiguo, perch gli inglesi sono correttamente manigoldi e non piantano un coltello nella schiena a vanvera, ma solo se bisogna. Cos a lui bast sopportare cristianamente lo spoglio di tutto quello che aveva addosso, compresi i fogli trovati in biblioteca; a niente valsero le sue suppliche, che almeno gli lasciassero quello scartafaccio di nessun valore per loro. Ma non sapendo leggere, i due figuri lo ritennero un documento prezioso, magari un segreto inconfessabile da poterci tirare su un bel po' di pounds vendendolo alla persona giusta. A Filelfo cos non rimase che imprecare con se stesso per il cambio di strada, e soprattutto (visto che in tasca non aveva che poche monete) rimpiangere l'impossibilit di conoscere la storia della donna che aveva scritto quei fogli sbiaditi. Ridestati, domani... Un augurio amaro dopo una disavventura cos traumatica.
- Ebbene, hai perso la lingua? Avevi sempre la battuta pronta, se non ricordo male... E mi pare anche di ricordare che te la dovesti svignare alla svelta da Londra, tanti anni fa, quando un marito geloso minacci di trasformarsi nel boia di London Bridge, e di farti la festa... Non mi pare che ora tu possa andare a caccia di gonnelle... e neanch'io, purtroppo... dunque, che diamine vuoi?
Solera si guard le mani come faceva sempre quando voleva mettere insieme un discorso complicato. Sembrava che riuscisse a leggerci, quasi ci trovasse scritto quello che il cervello non riusciva a organizzare per conto proprio. Chiedere aiuto, in qualsiasi maniera, appellarsi a un'antica conoscenza che non si era mai trasformata in amicizia. Sperava di avere una merce da scambiare, niente pi parole da vendere n fascino da esibire, ma qualcosa di concreto, forse prezioso per l'uomo che gli stava davanti. D'altra parte, cosa avrebbe potuto dirgli altrimenti, se non che era caduto cos in basso da temere di non potersi rialzare pi? Ripens agli ultimi avvenimenti, al cavallo bianco con il grosso uomo di colore, quello scartafaccio con la storia strana, passata, di una donna misteriosa, avvolta nella nebbia dei ricordi e per questo cos affascinante. E quell'ultima pagina sibillina, che per recava in bella vista un nome in fondo ai graffiti incomprensibili: Filelfo! Avrebbe potuto cambiare quel dono inspiegabile con qualcosa di utile, denaro soprattutto. Ricordava Londra, il tempo... cos tanto tempo fa, loro due giovani, Filelfo inebriato in passioni nuove e strane, sempre a caccia di emozioni e di denaro.
- Filelfo... dentro quell'osteria... ma gi, non siamo pi gli stessi, nemmeno voi. Non credevo sareste arrivato a stare insieme a gente come quella. Cos ricercato, con la testa in mezzo ai libri... e poi con la vostra bella famiglia, e tutto il resto... l'industria vi rendeva bene, ogni tazza di t vi gonfiava la scarsella di sterline. I tempi cambiano, per tutti...
Solera si interruppe come se dovesse riorganizzare le forze per sferrare l'assalto finale.
Le pagine lette nel pomeriggio, dentro la sua stanzetta spoglia, gli si affollavano nella mente, soprattutto quell'ultimo rigo, quel nome che gli palpitava ancora davanti agli occhi, dopo la serie segreta di numeri. Ma doveva mantenersi calmo, scegliere bene le parole per colpire al cuore quello
sfrontato. Era sicuro di s, ora, perch gli avvenimenti cos lontani nel tempo gli si erano spalancati davanti in tutta la loro evidenza. Un intreccio di passioni e di torbide storie, una vicenda ancora viva e palpitante, che ora avrebbe potuto, con una buona dose di cinismo, volgere a proprio vantaggio. Dalle altre pagine sgualcite era balzata fuori prepotente una vicenda d'amore, con i due protagonisti velati nei nomi, ma facilmente riconoscibili nei particolari. Ancora si chiedeva perch gli avessero affidato il ruolo di mazziere, di quello che guida il gioco e detta le regole. Forse le sue regole non erano quelle sperate dai giocatori, era complicato dipanare la matassa: ma la posta era la sopravvivenza, e allora che si strozzassero pure, lui avrebbe tirato diritto per la sua strada senza badare a nessuno.
Dal canto suo il grasso Arrivabene pareva invece aver perso ogni interesse per quell'incontro: superato il disorientamento iniziale, aveva realizzato che si trattava solo di un patetico, vecchio conoscente bisognoso di aiuto, ma lui aveva altro in mente che perdere tempo con i fantasmi del passato. Dalla piazza vicina, nascoste dietro gli alberi, provenivano voci confuse. Delle donne ridevano rientrando dall'Arena, con ancora nelle orecchie i lazzi di Stenterello. I loro accompagnatori sussurravano proposte, il buio complice nascondeva rossori. Una carrozza in cerca degli ultimi clienti si infilava nello stretto corridoio dello stradello verso la stazione. Filelfo pens che sarebbe ritornato alla sua locanda, divag con la mente e dentro di s tracci la strada. Cinquanta metri ancora in direzione della piazza, poi su, altri cento nel viale delle terme, infine a destra, un'erta sterrata fino alle case dei
Gabbrielli. Pochi minuti, i prossimi, gli ultimi della giornata. Corsa via senza sussulti, eccetto quell'ultimo episodio, in attesa. E allora si disse che tanto valeva prolungare il tempo, riempirne un altro po' di qualcosa che assomigliasse alla vita.
- Ebbene, Temistocle, sentiamo.
- Sono da settimane in questo paese, voi sapete chi  arrivato stamani... lo aspettavo, dopo non so mai quanti anni che non ci vedevamo, non potevo andare a Sant'Agata, nemmeno a Genova o negli altri posti dove vive e lavora... e poi, a che fine? Per elemosinare un impiego, per tornare a scrivere, a fare quello che mi riusciva meglio...- Solera scacci un'ombra con un gesto della mano. I ricordi diventavano troppo crudi. Tutti gli anni trascorsi gli si affollavano davanti come una cortina impenetrabile, confusa. Non sapeva vivere il presente, lo aveva dimostrato quella mattina alla stazione, quando le parole gli si erano gelate in gola e il Maestro gli era sfilato via davanti agli occhi. Ma ora doveva agire, e parlare.
- Credo di avere qualcosa che vi possa interessare, una voce lontana, arrivata fino a oggi, fino a qui da un passato che voi, e io, vorremmo cancellare dalle nostre vite. E il caso che governa la nostra esistenza, non si potrebbe pensare altrimenti. Quando ho scorso le pagine che mi sono ritrovato fra le mani, dopo un po' ho capito di conoscere quella vicenda, anzi di esserne stato uno degli interpreti, certo non nel ruolo di protagonista, ma di tragica comparsa... anni maledetti, anche quelli, come ora, come sempre! La breve
stagione dei successi passata in un amen, niente sarebbe stato pi come prima... dovevo arrangiarmi a vivere, servire gente come voi, cacciarmi nelle storie pi torbide, senza ritegno. Ricordate, Filelfo, ricordate Londra, tanti anni fa?
Londra aveva rappresentato lo scenario di gran parte della vita di Filelfo, ma quell'uomo vi aveva recitato una parte insignificante, un breve intermezzo durato appena qualche mese. Solera gli era stato presentato una sera, nel foyer di un teatro dove stava assistendo all'opera di Shakespeare Cymbeline. Ora ricordava. In quel tempo remoto, le urgenze legate al denaro l'avevano portato a tessere una trama che qualcuno avrebbe definito criminale; per lui, si trattava solo di sopravvivenza, e dentro di s speculava che quando la marea sale fino a tagliare il respiro ogni comportamento trova la propria giustificazione: anche il pi spregiudicato. Era allora che aveva incontrato quella ragazza, minuta, con occhi di perla, di nome Margherita: ed era stato Solera a fargliela conoscere.


Capitolo 5.
Margherita.

Era nata a Londra, ma i suoi genitori avevano radici italiane, in un paesino nei dintorni di Napoli, il nome non contava, ce n'erano a centinaia di quei borghi tutti uguali, in cima a un poggio, le casupole arroccate, le strade strette in salita, i vecchi seduti davanti agli usci o nella piazza, una chiesa sullo sfondo. Molti giovani fuggiti ormai da anni, perch anche la campagna non era pi sufficiente ad assicurare un tozzo di pane. L'America e il miraggio di benessere che rappresentava erano ancora lontani, i suoi genitori si erano contentati di quella fredda isola, dove lei era nata dopo solo un anno. Quando Filelfo l'aveva incontrata, costoro erano gi morti, vittime entrambi di una delle ricorrenti epidemie di colera accresciute a Londra dal sovraffollamento e dalla mancanza quasi assoluta d'igiene. I cumuli di sporcizia e i liquami stazionavano lungo le strade dei poveri quartieri della citt, dove la vita di un uomo valeva meno di un penny. Le avevano lasciato, come unica eredit, una specie di sapienza antica, una saggezza strana in una giovane come lei, un modo pacato di affrontare le avversit, senza angustiarsi per le ristrettezze,
per le rinunce. Mentre il padre metteva a frutto le sue abilit artigiane di intagliatore del legno per mantenere la famiglia, sua madre non era riuscita a dimenticare il paese natale, e si era immalinconita senza rimedio. Ma entrambi avevano sempre evitato che le difficolt si riversassero sulla loro unica figlia, alla quale avevano cercato di impartire un'educazione che contemplasse, oltre ai rudimenti essenziali, una qualche ricercatezza impensabile in una modesta ragazza del popolo. Alle premurose attenzioni dei genitori Margherita aveva unito la sua predisposizione naturale alla lettura, diventando un'assidua frequentatrice delle biblioteche, in specie della Library pubblica dove poteva soddisfare il suo desiderio di apprendere.
Risparmiando ogni centesimo, le avevano fatto prendere lezioni di canto e pianoforte. Aveva un'aggraziata voce da contralto, colorita ed espressiva; le sue dita affusolate parevano non aver fatto altro fino ad allora che correre sulla tastiera.
La sua maestra era stata una signora italiana, di mezza et, nobile decaduta costretta a mettere a frutto alcuni degli insegnamenti ricevuti nel corso della sua educazione giovanile, quando la prospettiva era quella di sposarsi: ma non essendo particolarmente dotata di attrattive fisiche, e purtroppo per lei scarsa di rendite, non aveva trovato uno straccio di partito in patria. All'estero, dove si era trasferita con la famiglia, le era andata anche peggio. La penuria di denaro, se non l'indigenza, l'aveva costretta a mettersi a lavorare, e Margherita era una delle sue tre allieve nella scuola di pianoforte, la migliore.
Andava a lezione tre volte la settimana.
Un giorno Margherita era arrivata molto in anticipo e aveva osservato da lontano un uomo uscire con fare circospetto dalla casa della sua insegnante. Non spettava a lei fare indagini sulle frequentazioni della signora, e di sicuro non l'aveva sfiorata nemmeno il sospetto di alcunch di meno che lecito nel comportamento della maestra, che in casa sua poteva ovviamente ricevere chi voleva. Ma pochi giorni pi tardi, nel corso di una lezione, la signora preg Margherita di conservare per lei un plico contenente un documento. In casa non era pi sicuro, disse, ma non accenn al motivo di incertezza che la costringeva a disfarsene, n alla sua potenziale pericolosit.
Le vicende della vita, come visto, avevano poi costretto Margherita a interrompere gli studi musicali. Le era rimasta per una particolare gratitudine nei confronti della sua insegnante, che le aveva sempre dimostrato la predilezione naturale del maestro verso l'allievo migliore. Le era rimasto anche il plico sigillato, senza che mai le venisse in mente di verificarne il contenuto. Lo aveva conservato in uno stipo, e qualche volta lo riprendeva soppesandolo come se la consistenza materiale fosse in grado di svelarne i segreti. Che ci fosse qualcosa di oscuro e misterioso era evidente dal comportamento della signora.
Non poteva pensare che si trattasse di qualcosa di personale, ma di documenti collegati all'uomo visto uscire dall'abitazione della maestra. Un giorno poi seppe che l'insegnante era sparita all'improvviso dal suo domicilio, e forse anche da Londra; e che la polizia aveva messo a soqquadro tutta la casa per scovare chiss cosa.
A quel tempo lei aveva appena compiuto vent'anni, possedeva un carattere dolce ma al tempo stesso determinato; quando i suoi genitori se ne andarono a distanza di pochi giorni l'uno dall'altra, aveva cominciato a lavorare come ricamatrice mettendo a frutto un altro insegnamento di sua madre. Per buona sorte, una cugina di suo padre, rimasta vedova e non avendo figli, l'accolse in casa per compagnia. Al tempo stesso, Margherita trov il modo di farsi apprezzare come cantante nel coro del Teatro di Sua Maest. Era qui che aveva conosciuto Temistocle Solera, il quale spesso assisteva alle prove ed era anche, all'epoca, ascoltato come esperto di messa in scena: non per niente era stato librettista delle prime opere di Giuseppe Verdi e questa fama non si era ancora scolorita come sarebbe successo in seguito, quando la sua stella sarebbe tramontata costringendolo a cambiare aria. Viveva, diremmo cos, di rendita.
Il lungo antefatto era necessario, ma la storia non pu aspettare oltre e deve andare avanti. E ora cos di tornare a quel giorno a Londra, quando Solera e Arrivabene si trovavano a passeggio vicino al teatro.
Filelfo non si era ancora appesantito come sarebbe successo negli anni e poteva sfoggiare un'invidiabile figura. Non disdegnava, allora, nonostante fosse sposato, di corteggiare le dame della buona societ che affollavano i salotti, e intrecciare promettenti relazioni durante le passeggiate pomeridiane negli splendidi parchi della citt. Il suo carattere italiano gli offriva il destro di mostrarsi galante senza smancerie, di affascinare con una conversazione colta ma non presuntuosa, accampando (o meglio, millantando, con una buona dose di faccia tosta e parlantina sciolta) conoscenze dell'arte e della letteratura italiane solo approssimative, eppure visceralmente predilette dagli inglesi.
- Solera, tu conosci quella ragazza minuta, con i grandi occhi? Non  forse una cantante del coro a teatro, ed  anche italiana, mi pare... dovresti presentarmela, vorrei che la mia piccola figlioletta, sai, ha solo sei anni, cominciasse un qualche studio della musica, niente di troppo impegnativo, giusto per saggiare la sua predisposizione naturale... E per te un problema, o un disturbo eccessivo?
Temistocle scosse la testa, e con quel gesto intese rispondere negativamente alla domanda di Filelfo e allo stesso tempo rammaricarsi con se stesso per doverne assecondare i pruriti. Pensava che avesse messo gli occhi su quella ragazza come lo sparviero fa con la preda; non sapeva che le sue mire erano di tutt'altro genere, e che le conseguenze sarebbero state di l a poco drammatiche.
- Si chiama Margherita Tammaro, la sua famiglia era originaria di Napoli, - rispose a bassa voce - ma non ha ormai nessun parente stretto, eccetto una mezza cugina.  una brava ragazza... e pare che il Maestro Verdi abbia una predilezione per lei, non solo come cantante.
Arrivabene le rivolse un secondo sguardo indagatore e interessato.
Dunque, anche Verdi si era accorto di quella ragazza. Non poteva aspettare oltre, se non voleva che i suoi affari subissero un colpo mortifero. Era ora di agire.


Capitolo 6.
La Locanda Maggiore.

Verdi si era sistemato nella Locanda Maggiore, che era cos chiamata anche se non ce n'erano altre, e quindi il paragone risultava improprio se non azzardato, a meno che non fosse stata considerata Maggiore a prescindere dai confronti. Era giusto pensare che fosse proprio cos.. .maggiore perch antica, celebrata, rispettabile, ben servita, fiera delle sue crepe e dei suoi anni di servizio.
Il Regio Casino era uno stanzone quasi sempre disadorno, dove regnava un pianoforte per lo pi maltrattato dagli ospiti dilettanti di musica. In rare occasioni il pavimento si vestiva di tappeti, le pareti di luci, l'aria di voci e canti: ma poteva capitare, micragnoso il gestore e indaffarata la deputazione, s e no tre o quattro volte ogni stagione. Napoleone il gestore, come abbiamo visto, si sentiva soprattutto chef, il suo regno erano le cucine. Certo, quando un ospite di riguardo scendeva in albergo gli toccava mettere fuori la testa, vestire l'abito migliore con guanti e sparato, e partecipare alle conversazioni e ai concerti, passatempi che cominciava ad apprezzare. Al resto pensava il suo attendente Galimberto il quale, nelle incombenze di ogni giorno, sentiva di avvicinarsi sempre pi a compiti rimarchevoli, a quelli di un Direttore Generale, pur se la definizione di Maestro di Casa rimaneva ancora inalterata; erano compiti divenuti pi difficoltosi adesso, nell'epoca dei telefoni e dei treni, del telegrafo e della carta igienica, della fotografia... proprio, la fotografia! Ecco uno dei crucci della modernit! Lui non aveva niente contro quei ritratti fasulli impressi su lastre di vetro, ma sulla condotta degli artigiani fotografi s, perch era una lotta continua, non volevano far altro che mettere la gente in posa, rincorrere le signore per immortalarle con o senza cappello, sedute o in piedi, sorridenti
o fintamente imbronciate, con o senza la prole; e i di loro consorti, padri, fratelli eccetera allo stesso modo, esigevano di riprodurli di fronte o di profilo, le mani in tasca o due dita dentro il panciotto, belli rilassati intorno a un biliardo
o sull'attenti come in una parata militare.
Glielo aveva detto mille volte al Tempestini di non farsi vedere con le sue macchine infernali intorno alla locanda o peggio ancora alla table d'hte -, che aspettasse gli ospiti dentro gli stabilimenti, o lungo lo stradone dei bagni, appostato dietro una siepe, camuffato da venditore di tappeti. Chi avesse voluto si sarebbe fatto ritrarre, magari in comitiva; specialmente lasciasse perdere la gente di riguardo, perch tutti nelle loro case avevano gi i propri quadri dipinti a olio o a tempera, somiglianti come gli originali, anzi, con qualche ritocco, anche pi belli.
Ma lui arrivava apposta da La Spezia per la stagione balnearia con tutti i suoi armamentari, si piazzava in una delle
tante baracche di legno allestite lungo lo stradone (la sua era la migliore, bisogna onestamente riconoscerlo, aveva una rispettabile camera oscura l dentro), e partiva la mattina a caccia di prede. Le signore, manco a dirlo, si lasciavano catturare senza opporre resistenza, troppo intrigante quella nuova forma d'arte.
Nel pieno della stagione, dopo la met di luglio, faceva la sua apparizione ai Bagni anche un altro fotografo, di Pistoia, ma si trattava di tutt'altra faccenda rispetto alle intemperanze del collega: Pirro Fellini era niente meno che il fotografo ufficiale di Casa Savoia, con lui ci si doveva per forza mettere in posa, le signore sedute, i signori in piedi, possibilmente di profilo, e guardare in camera con un'espressione tra lo stupito (toh, vedi chi c'!) e l'inebetito (ma dove siamo capitati?). Ma le foto risultavano bellissime, e poi le scattava nel suo atelier-laboratorio, mica per strada o da dietro un muricciolo! E invece il Tempestini si era imboscato forse proprio l, dietro il muretto delle logge, di fronte alla Locanda Maggiore, e magari insieme a lui c'era anche il Cavalier Teofilo Testi, giornalista per vocazione letteraria e desiderio di impicciarsi, ch di lavorare non aveva proprio bisogno, con tutti i beni al sole ereditati dal padre. Proprio ora, con il Maestro Verdi tra gli ospiti, e in procinto di incamminarsi verso gli stabilimenti! Che figura avrebbe fatto la Locanda se si fosse dimostrata inadeguata a preservare la tranquillit del musicista immortale?
Nella stanza inondata di sole della locanda dei Bagni di Montecatini, Verdi stava ricordando.
Sempre pi spesso, gli capitava di rifugiarsi nel passato senza un motivo apparente. Quasi alla soglia dei settantanni, sempre pi sentiva l'urgenza di mettere in fila il bilancio della sua vita. Il lavoro, chino sul pianoforte e con la tazza di caff accanto, perch la musica  lavoro, l'invenzione  l'attimo sublime ma poi c' la strumentazione, gli occhi lacrimano, la mano si intorpidisce. I libretti sfuggono alla ragione. Cori, duetti, cabalette. Gli impresari sempre pi esigenti. I cantanti, tranne eccezioni, pretenziosi; le cantanti, senza eccezioni, volubili. E poi i salotti di Milano, di Parigi, profumati dalle signore con abiti generosi e ventagli tentatori dove si chiacchierava e si sorrideva... li scansava finch poteva, ma alla fine si lasciava sedurre, e la seduzione  dolce per un cuore giovane.
Ora per, si affacciava al ricordo quell'estate di tanti anni prima. Era ancora un giovane compositore, anche se la sua produzione cominciava ad assumere un connotato ben definito e le offrte per le sue opere si moltiplicavano. L'Editore Lucca gliene aveva commissionata una per l'impresario del Her Majesty's Theater, signor Lomley. Sarebbe dovuto andare a Londra, il contratto era molto pi che vantaggioso, ma c'era quello scoglio in mezzo... quella striscia di mare da attraversare.
Il piroscafo lo aspettava minaccioso a Calais, ai primi di giugno del 1847. Aveva poco pi di trenta anni e si doveva far forza. D'altra parte, le soluzioni non erano molte. Aveva dunque chiuso gli occhi, si era tappato il naso, aveva stretto a pugno le mani ficcate dentro le tasche dei calzoni e c'era salito sopra. Si era poi rinchiuso in una cabina sdraiato su
un lettuccio, ma si era alzato subito dopo con le scintille negli occhi e un turbine di vento in testa. Una delle peggiori esperienze della sua vita, e s che ne aveva viste! Ma era stato sempre cos, da quel giorno sciagurato nel quale si era ritrovato a capo in gi in un fosso pieno d'acqua. C'era scivolato dal piano dello stradello che lo portava a scuola, avr avuto non pi di sette anni e se l'era vista davvero brutta. L'acqua rancida, putrida di canne gli era entrata in bocca e se non fosse passata di l per caso una contadina che andava al mercato a quest'ora non sarebbe stato qui a ricordare questa storia.
Occhi serrati e pugni in tasca, era arrivato a toccare terra inglese la mattina del 7.
Londra era odore di carbone, la cosa che colpisce di pi ancor prima della vista della citt, delle case ordinate e dei parchi immersi nel verde.
L'amico Muzio gli aveva trovato un alloggio che aveva definito omeopatico, tanto non ci si poteva muovere: ma in compenso era assai pulito. Il pianoforte lo guardava accigliato in un angolo, sotto una bassa finestra; un lettuccio quasi militare occupava una parete, uno sgabuzzino fungeva da luogo comodo: tutto appariva spartanamente ristretto, ma dando un'occhiata all'insieme gli venne in mente quell'antico detto latino hic manebimus optimel Qui ci sistemeremo come meglio non si pu...
Il lavoro and avanti per un paio di settimane. Non negava che l'ispirazione fosse di l da venire, e non si era intestardito pi di tanto a cercarla: la musica era nell'aria, nella testa e nelle orecchie, e stavolta aveva saccheggiato i suoi ricordi per portare avanti il racconto. A teatro erano iniziate le prove, era dovuto andare a sovrintenderle, anche se avrebbe preferito vivere per le vie, nei parchi di Londra, nonostante il clima pessimo. Questa citt era un mondo intero, la sua grandezza, la bellezza delle strade e le propriet delle case erano indescrivibili: ma avrebbero dovuto trasportare qui il cielo di Napoli, e allora sarebbe stato il paradiso...


Capitolo 7.
Il Maestro Verdi.

Dove il viale dei Bagni disegna una lieve curva per immettersi sul piazzale del Tettuccio sorgono le Terme Leopoldine, quelle del Granduca e del Paoletti architetto, con le belle arcate ai due lati del classico pronao. Sopra di questo, in mezzo al frontone dove zampilla scolpito un getto d'acqua slanciandosi in una vasca che si suppone essere stata di marmo, si legge a rilievo l'iscrizione assomigliante a quelle incise sugli edifici religiosi: Aesculapio et saluti. Ancora in evidenza la sanit, del corpo ma anche dello spirito, e Verdi anelava a risanarsi dalle magagne che la depressione latente gli conficcava nella mente. Ed ecco che l davanti a lui si spalancava il Tettuccio, l'acqua benefica che tutto monda e guarisce.
Il Maestro Verdi si era incamminato verso gli stabilimenti termali senza inconvenienti apparenti, con l'unica testimonianza di rispetto per strada offerta da piccoli gesti, quali togliersi il cappello da parte dei signori o accennare un timido movimento della testa delle signore. Ai quali egli rispondeva brevemente con un moto degli occhi, e a tutti bastava quel suo sguardo posato su di loro per proseguire il cammino contenti come pasque.
Giuseppina, al suo braccio, pareva un pargolo confidente in tutto sul genitore, perso se non avesse trovato quel saldo appoggio; un po' per le sue gambe malandate che cominciavano a non volerne sapere di fare il loro dovere, molto perch il gran Mago era da tanti lustri la sua unica ragione di vita. Non passava giorno che non pregasse il buon Dio di chiamarla a s prima di lui, ch il mondo senza Verdi non valeva la pena di essere sopportato.
Al loro fianco, una coppia apocrifa giustificata dalla confusione del momento, talmente stravagante da attirare la curiosit della gente: Teresina Stolz, la robusta soprano boema (questa era la sua nazionalit, ne aveva preso atto anche Teofilo Testi) dalla voce da usignolo, era appesa al solido braccio militaresco del generale Corvetto. Questi, imponente come il pilone d'una cattedrale, viaggiava per strada come ad una parata con fanfare e passi cadenzati, quella, infagottata nonostante il caldo, si eclissava sotto una veletta e si riparava con un ombrellino. Lui si sarebbe trovato pi a suo agio alle manovre, lei su un palcoscenico, lui a sparare contro gli austriaci, se ce ne fossero stati ancora, lei a tingersi il viso di nerofumo e a farsi seppellire con Radames in una piramide. Ora per facevano coppia, loro malgrado, e andavano verso le terme con Giuseppe e Giuseppina Verdi. Il Maestro aveva licenziato per quel giorno il fiaccheraio Masino, preferendo fare la strada a piedi. La Peppina si sarebbe sacrificata ancora una volta per il suo Pasticcio, che voleva rendersi conto del paese, osservare le case e i villini,
incuriosirsi dei locali, ammirare i giardini sgargianti di fiori. L'arrivo di Giuseppe Verdi e famiglia ai Bagni era ormai di dominio pubblico. Teofilo l'aveva detto a fior di labbra al suo tabaccaio, questi aveva moltiplicato la notizia per tutti
i fumatori di sigaro, da loro era passata a mogli e figli, e cos via come una valanga, in progressione, dopo un giorno tutto il paese era mobilitato per fare la corte al Maestro. Da lontano, per, o fingendo di passeggiare per incrociarlo lungo il viale, salutare compostamente e tirare diritto.
Il percorso per giungere allo stabilimento Tettuccio  ombroso di lecci e olmi, siepi di bosso e di mortella affiancano gli ospiti.
A Verdi il paese era piaciuto subito. S'accorgeva che dappertutto si muoveva gente indaffarata, crescevano nuovi villini, piccole case esibivano insegne accattivanti per attirare i clienti, si commerciava agli angoli delle strade, dove fioraie appena appena invadenti offrivano i loro mazzolini con un sorriso.
La cura lo stava aspettando per, e Verdi intendeva cominciarla subito seguendo le indicazioni del professor Fedeli che lo aveva sottoposto a un'attenta visita. Cos prosegu la strada, pass davanti a una palazzina con alcune botteghe al piano terreno e gli uffici della Compagnia Schmitz al primo piano. I cartelli indicatori parlavano chiaro: qui si commercializza un'acqua minerale chiamata Tamerici, ma si assicurano anche gli alberghi contro gli incendi e le vigne e i campi contro la grandine. La modernit era arrivata in questa parte d'Italia, il ramo assicurativo si stava espandendo a vista d'occhio perch le disgrazie casuali sono sempre dietro l'angolo e il tempo fa spesso le bizze, e le fa grosse come i chicchi di grandine simili a noci. In questo punto la strada si biforcava e un ramo laterale s'infilava in mezzo a un boschetto contornato da un prato all'inglese. L'ideale per passeggiare, pensava il Maestro, gi pregustando qualche rilassante escursione nel verde.
Una piccola folla stava entrando nello stabilimento attraverso l'alto portale paolettiano.
Non si nascondevano fra le siepi di mortella o dentro una baracca di legno Pietro Tempestini e Teofilo Testi, che aspettavano a pi fermo il Maestro. Tanto valeva prendere il toro per le corna, avevano pensato entrambi, e farsi avanti apertamente.
A Verdi, ritenevano a ragione,  bene non congiurare alle spalle, ma affrontarlo di petto, mostrandosi schietti nelle richieste e onesti nel comportamento. La macchina fotografica stava sul suo bel cavalletto senza cortine fumogene, Pietro era pronto allo scatto; Teofilo si rigirava dei foglietti di carta tra le mani e ci scarabocchiava con la matita come per scaldarne la punta. Intendeva registrare le prime impressioni sul Maestro, quali erano i suoi compagni di cura, magari l'abbigliamento, se il passo era spedito o titubante. Non soltanto i due innocui congiurati stavano aspettando Verdi. Appena al di l del portale dello stabilimento, nel breve corridoio antistante la biglietteria, non nascosto ma nemmeno in piena luce, Temistocle Solera si preparava alla sua mossa estrema. Aveva una freccia in pi al suo arco, quel plico capitato per avventura e offerto la sera prima a Filelfo, e da questi sdegnosamente rifiutato. Non aveva ormai pi
interesse per lui, aveva detto Arrivabene, erano passati troppi anni, chi si sarebbe rammentato di quella storia successa in terre cos lontane, quando lui aveva una difficile situazione da risolvere. Nonostante la presenza di quell'ultima pagina misteriosa, criptica, dove il suo nome spiccava a chiare lettere, una denuncia, un richiamo, un'accusa forse.
Per il Maestro per quel ricordo poteva essere ancora vivo e forse la storia con Margherita valeva la pena di essere rivissuta anche se solo sulla carta. Forse quelle pagine avevano ancora un significato. Temistocle lo vide entrare con la moglie sotto braccio e lo chiam come se pronunciasse il suo nome per la prima volta.
- Verdi! - esclam. Questi si ferm sconcertato, a chi apparteneva quella voce disperata che lo chiamava come se stesse per affogare? Non lo riconobbe subito, ma le parole che uscirono in un soffio dalla bocca di quell'ombra misteriosa lo colpirono come una frustata.
- Va', pensiero, sull'ali dorate: va', ti posa sui clivi, sui colli...
Il Nabucco... il coro degli Ebrei... molti lo conoscono, molti lo cantano, ma solo uno ne  l'autore: era lui, Temistocle Solera, ora lo aveva ravvisato nonostante le guance scavate e gli abiti che gli ballavano addosso. Solera... erano passati quasi quaranta anni. Verdi gli si avvicin, colpito dalla trascuratezza dell'antico amico. Si guardarono negli occhi e si strinsero la mano. I ricordi fluirono dentro di loro silenziosi, gli anni dei primi successi del musicista e quel primo libretto che gli aveva cambiato la vita, quando stava per mollare tutto e tornare a Busseto.
- Parla, Temistocle, ti ascolto.
- Posso chiamarti ancora Verdi? - aveva chiesto ingenuamente, come se tutto dipendesse dal grado di confidenza ancora intercorrente fra loro. Dopo quarantanni... il lavoro sui libretti e la musica li aveva accomunati per brevi periodi, alcuni mesi passati a scambiarsi lettere, richiami, sollecitazioni. Il Maestro (lo era gi, anche allora, anche solo dopo il Nabucco) era un martello con le sue richieste, smussare una parola, creare un'atmosfera, inserire un duetto. Lui eseguiva, e i suoi versi stropicciati facevano presa, anche se non potevano definirsi poesia: rimbombavano, per, e Giovanna d'Arco e Attila balzavano sulla ribalta, la pulzella e il barbaro conquistatore. I ricordi privi di consistenza erano comunque sgraditi al Maestro, lui lo sapeva, a cosa serviva rivangare i successi passati se non a rimpiangere gli attimi trascorsi, e il tempo era inesorabile. Cos venne al sodo. Era l per un semplice affare, qualcosa da dare in cambio di un compenso dalla natura imprecisata. Una transazione.
Solera evit di parlare delle difficolt che lo angustiavano e che essendo evidenti non avevano bisogno di parole. Come se stesse recitando una storia impersonale, una specie di romanzo in terza persona, cominci a raccontare di quello scartafaccio e dello strano modo in cui ne era venuto in possesso. Il luogo, Londra, la data, l'estate di trentacinque anni prima, quelle iniziali, M. T., tracciate sulla copertina, gli avevano riportato alla mente un episodio dimenticato. L'autrice di quelle pagine aveva un profilo conosciuto per lui.
La vicenda non spiccava purtroppo per originalit: a quante ragazze era capitato un destino simile, quello di
ritrovarsi da sole dopo aver sperato invano che la passione del momento si trasformasse in amore. Anche l'epilogo molto spesso scontava un risultato drammatico, qualche volta tragico.
- Ricordi, Verdi, quel giorno a Londra, tanti anni fa... una ragazza del coro, che ti aveva colpito e che avevi preso a frequentare, svan all'improvviso, proprio davanti al teatro.
Io ero l, allora, insieme a un uomo che avrei dovuto evitare, ma la mia fortuna era declinata e... Ora forse posso riparare almeno in parte alle mie azioni scellerate, credo di poterti mostrare delle pagine scritte dalla Margherita che tu conoscevi, la vostra storia, quanto ti avesse caro e quanto temesse di perderti... fino a quel giorno sciagurato.
Quella ragazza apparentemente sconosciuta, le cui iniziali erano forse M. T., Solera pensava che fosse proprio lei, Margherita Tammaro: i ricordi chiamavano in causa una relazione amorosa nata all'improvviso nell'ambiente teatrale, con un artista di fama.
In quel tempo la musica la faceva da padrona nella storia, i personaggi fluttuavano tra le note, lei cantava e lui l'ascoltava rapito.
Temistocle Solera non rivel al Maestro la conclusione del racconto. Le parole delle ultime pagine confessavano l'intenzione dell'autrice di mettere fine ai suoi giorni, ma non era certo che nel momento decisivo l'epilogo fosse stato davvero tanto violento e atroce. Cos descrisse a Verdi l'intreccio, convinto che lui ci si sarebbe riconosciuto, e gli propose di fargli avere tutto il plico, perch meditasse su ogni frase, ne cogliesse le sfumature e i riferimenti pi chiaramente, e poi decidesse se fosse il caso di passare all'azione e scoprire quale era stata la soluzione prescelta da Margherita.
Solera tacque. Il Maestro pareva annichilito dalle rivelazioni, quella storia, che riemergeva da una regione quasi inesplorata della sua coscienza, lo faceva star male. Con gesti lenti si era appoggiato a una bassa balaustra di ferro che circondava la fonte dell'acqua termale quasi in atteggiamento di difesa. Ed inizi a ricordare.
Era uno stanco pomeriggio di prove in teatro quando l'aveva vista per la prima volta. Dietro la masnada dei coristi impegnati nell'aria Godiam, ch fugaci..., fra scoppi e grida e fumi e invocazioni dal cielo, ecco in un angolo silenzioso e pacificato, una minuscola cuffietta, una lunga gonna a pieghe con sopra un grembiule da massaia, un viso acuto, interrogante... in mezzo, due occhi azzurri in continuo movimento. Verso di lui guardavano, quei due occhi azzurri, timorosi e spavaldi insieme; la luce li penetrava a tratti, e allora erano come zaffiri, acquemarine, gocce di perla. Quando incontr il suo sguardo gli parve di navigare ancora in un mare tempestoso, ma le onde non gli facevano pi paura, era stordito e felice. Quale alchimia nasce attraverso lo sguardo, i battiti del cuore impazziscono e seccano la gola, l'aria si fa rarefatta, e lei rimaneva l, minuta e superba, e gli toglieva l'aria e gliela ridava, lo faceva disperare e lo esaltava. Tutto in un attimo. Tutto all'improvviso, senza sapere perch.
Alla fine della prova si erano trovati in silenzio nel foyer del teatro. Uscirono, e fuori da l gli parve di non essere capace di vedere pi niente. Era in piedi sulla tolda d'una nave, in
alto mare, con gli spruzzi in faccia. Il porto di partenza si allontanava minuscolo, con le luci offuscate dalla foschia. Nessun'altra barca si era staccata dal molo, tutte dondolavano quiete, come in attesa di un ordine dall'alto che desse loro il segnale. Non temeva quel mare, anche se gli era ignota la rotta. Erano soli, era solo. Lei sorrideva e teneva la barra del timone, lo portava sempre pi al largo, senza speranza e senza voglia di ritorno. Non gli era mai successo quello che gli era capitato allora, e non gli sarebbe successo mai pi in futuro. Un amore da sperdersi, da annullarsi. Un amore raro.
Fino a quel giorno, un mattino carico di luce, quando nei pressi del teatro lei si era staccata da lui all'improvviso, tremando sotto il sole di luglio. C'era un uomo l vicino, una presenza invisibile, solo sospettata; ricordava che in quel momento qualcuno lo aveva chiamato dall'interno del teatro, era corso via per non lasciarla sola a lungo, per tornare da lei il prima possibile. Non la trov pi, poco dopo. Scomparsa nel nulla. Come un fiocco di neve al caldo delle dita.
Sull'angolo del viale, defilata rispetto alla facciata del Tettuccio, una carrozza coperta era ferma in attesa. Dentro di essa un uomo aveva tenuto d'occhio di continuo l'ingresso dello stabilimento. Aveva un viso marchiato dal tempo, chiazzato di rosso come se fosse stato infettato dalla scarlattina; le mani erano fasciate da bende e il mignolo sinistro mostrava un'unghia come un artiglio, lunga e affilata. Aveva seguito con lo sguardo Verdi arrivare lungo il viale, lo aveva visto entrare e fermarsi con l'altro uomo, quello che lui pedinava gi da giorni. Aveva seguito per giorni Solera con la carrozza, anche negli spostamenti brevi per non essere notato e perch camminava con difficolt, appoggiandosi a un bastone. Aveva spiato il nero cavaliere circense affidare un plico a Temistocle, aveva seguito questi nell'incontro notturno con Filelfo, e ora lo aveva scorto mentre parlava con il Maestro. Lo vide uscire dallo stabilimento, e avviarsi in direzione del paese. Pareva che il tempo fosse giunto e fosse necessario compiere quello che era rimasto in sospeso.


Capitolo 8.
Viscardello.

Alcuni dei protagonisti della vita in quella carovana variopinta che era il circo dei fratelli Smeraldi li abbiamo gi conosciuti. Il nero Osmondo anche durante le esibizioni volteggiava sul cavallo bianco, annunciava i numeri, raccontava storie e intonava arie di vario genere, tanto da parere un centauro. Lo sgraziato Viscardello cos'altro avrebbe potuto fare se non divertire il pubblico con lazzi e capitomboli dai quali si rialzava con insospettata agilit, lustrandosi la gobba e improvvisando smorfie spassose? Azul, seppur non pi giovane, se la cavava ancora con la danza del ventre, mentre Viola per quella tosse ingiuriosa aveva dovuto smettere di volteggiare come acrobata e ora vendeva i biglietti e sorrideva cercando di nascondere il suo tormento.
Un gruppo eterogeneo, nessuno avrebbe potuto negarlo, ma al tempo stesso affiatato; pareva che tra di loro corresse una specie di filo nascosto, una trama comune quasi che il loro modo di affrontare la vita, addirittura la loro stessa origine, dovesse essere individuata in una matrice unica e indefinibile. Tanto uniti, e al tempo stesso contrastati fra loro, che quando gli eventi prendevano una via indecisa e sfumata tutti i loro comportamenti si adeguavano, e risultavano o perentori o esitanti. Succedeva la stessa cosa durante le esibizioni. Cos, quella sera, Osmondo aveva sfoggiato un cipiglio pi morbido e la sua voce era apparsa modulata su toni pi sommessi; Viscardello si era lanciato nelle sue giravolte con meno impeto e nel rialzarsi aveva appuntato gli occhi sul pubblico, quasi ad accertarsi che nessuno lo spiasse; Azul non aveva mostrato la solita disinvoltura durante il ballo, come se i suoi non pi verdi anni gli fossero piovuti addosso all'improvviso; e anche Viola si era pi volte distratta mentre calcolava gli incassi della giornata.
Lo spettacolo si era comunque concluso quella sera e la folla era sciamata lungo le strade prossime all'Arena per rientrare nelle proprie case. Gli artisti avevano fatto ritorno nelle loro carovane, ognuno portando con s le proprie inquietudini. Era cos a ogni sospensione delle rappresentazioni. Il momento delle esibizioni riusciva a stemperare le ansie di Azul, di Viola e degli altri; i loro disadorni carrozzoni, lo squallore della vita randagia che gli era toccata in sorte li precipitavano ogni sera nelle consuete apprensioni. Solo Viscardello pareva felice con se stesso, solo, rinserrato nelle stamberghe che di volta in volta scovava in giro per il mondo, e che erano la sua casa. Non potendo passare inosservato alla gente se si fosse esposto in pieno giorno, aveva preso l'abitudine di vivere la notte.
Dopo lo spettacolo, quando tutti si erano ritirati e il pubblico sfollato, la luna vegliava sulle peregrinazioni del gobbo; lui contava le stelle, tanto lontane da sembrare benevole,
scrutava le finestre illuminate dalle lampade serali, e s'immaginava qualcuno insonne immerso nella lettura, come piaceva a lui. Scopriva cos angoli segreti che la luce inspiegabilmente nascondeva e che le tenebre invece mostravano; ed era in quei momenti che si sentiva diventare poeta, e componeva versi scritti solo nella sua immaginazione. Abbandonava il suo corpo deforme, e si pacificava con l'intera umanit, anche con l'Osmondo tracotante in atteggiamento di sfida sul bel cavallo bianco. E sognava di Viola, cara come la figlia che non aveva mai potuto desiderare, immaginava la sua vita futura e ricordava quella trascorsa, il caso che l'aveva portata fra loro e l'aveva resa indispensabile. Viola dal respiro affannato e dagli occhi tristi.
Qualche volta, per, Viscardello era attraversato dalla rabbia, diventava triste e si dimenticava il poeta, orinando sulle cantonate e strappando i fiori: ma succedeva di rado.
Il secondo giorno di spettacolo all'Arena dei Bagni era intanto passato, passabilmente passato. Viscardello si era attardato sul palco in attesa che tutti se ne andassero. Chiuso il teatro gli rimaneva da riempire la notte.
Cominci a girovagare sul lungo viale delle terme, poi infil un sentiero in salita, quindi ridiscese verso il paese, sfruttando la luce della luna perch di lampioni, in tutto, non se ne contavano pi di tre o quattro. Arriv infine in una strada delimitata da un muro di cinta, all'interno del quale si trovava uno degli alberghi pi noti, chiamato La Pace -, dall'altra parte erano allineate invece una fila di basse casette, con un solo piano rialzato a tetto oltre gli ambienti prospicienti la via. Viscardello si ferm quasi in attesa, come se sapesse che di l a poco sarebbe successo qualcosa, e il suo istinto non lo trad. Ud distintamente un colpo attutito, una sorda frustata, provenire dall'ultimo di quegli edifici. Segu un lieve scalpiccio, come di chi scende a fatica una scala trascinandosi una gamba lesionata. Il gobbo si rincantucci nell'ombra e nascosto in quell'anfratto scorse un uomo vestito di nero uscire all'aperto, avanzare sulla strada di qualche passo appoggiandosi a un bastone e salire infine su una carrozza sbucata quasi senza rumore dall'estremit lontana della via. Lo vide aggrapparsi con entrambe le mani allo sportello, e in quel breve attimo spicc sotto la luna un'unghia terribile e paurosa.
Viscardello ebbe subito la percezione che qualcosa di grave fosse successo. Rimase in attesa, aspettando di sentire voci, richiami, almeno movimento: ma nemmeno un alito di vento increment l'immobilit della notte. Passati alcuni minuti medit sul da farsi, se allontanarsi in fretta senza porsi domande e dimenticare quello che aveva visto, o indagare, esplorare, insomma impicciarsi. La sua natura curiosa ebbe il sopravvento, e cos usc dall'ombra e si avvicin alla casa. La porta d'ingresso era rimasta socchiusa, l'uomo che ne era uscito poco prima non si era nemmeno premurato di richiuderla, non ne aveva avuto bisogno. Scrut all'interno attraverso lo spiraglio e vide un breve corridoio dal quale partiva una scala di pietra larga nemmeno due braccia. Era da l che era sceso lo sconosciuto ed era da l, se avesse voluto, che doveva passare Viscardello per placare la sua inquietudine improvvisa.
Silenziosamente entr in quella casa immersa nelle tenebre, con il solo chiarore esterno della luna ad accennare i profili delle cose. Cos sal le scale.
Un altro corridoio cominciava in cima alla rampa. In fondo si intuiva la presenza di una porta. Il gobbo avanz lentamente in quella direzione, attento a evitare gli ostacoli se si fossero presentati. Si accorse presto che anche quella porta non era chiusa, un chiarore forse di candela balenava a tratti. Era ancora in tempo: poteva girarsi e ripercorrere a ritroso la strada intrapresa, sarebbe stato come aver fatto un brutto sogno, quell'uomo inquietante, il rumore improvviso nel silenzio della notte, le porte inspiegabilmente aperte.
Viscardello ci pens, forse non valeva la pena di ficcare il naso, cosa poteva esserci di tanto attraente in una buia povera casa, magari solo una famiglia che dormiva, o letti vuoti, fuochi spenti, qualche ragnatela a chiazzare le travi del tetto... ma in tutta la sua vita aveva sempre cercato le risposte alle mille domande che un povero essere come lui si doveva porre, se voleva continuare a vivere. Cos avanz ancora, lentamente scost la porta e guard all'interno.
La stanza era quasi al buio. Solo un mozzicone di candela baluginava sotto un'immagine sacra posta su un com di fianco al letto. Pi in l, vicino alla finestrella che dava su un cortile interno, s'intravedeva un tavolino pieno di carte sparpagliate e una sedia impagliata rovesciata a terra, circondata anch'essa da altri fogli alla rinfusa. Un disordine sospetto, forse proprio l'uomo che aveva appena visto uscire da l zoppicante, aveva frugato dappertutto per cercare chiss cosa, ma non accostava quell'oscuro personaggio a un semplice ladro. I fogli sparsi ovunque gli suggerivano che quasi certamente stesse cercando un documento. Congetture bizzarre scaturite dalla sua indole sospettosa, ma la situazione induceva a pensare che un fatto grave fosse avvenuto l dentro pochi minuti prima.
Lo schiocco secco arrivato alle sue orecchie gli aveva fatto pensare a un colpo di pistola: ne aveva sentiti a bizzeffe durante la guerra del '59, quando si era ritrovato con la sua carovana al centro di una battaglia combattuta in Lombardia, non ricordava pi il nome del paese dopo tutti quegli anni, ricordava solo che c'era di mezzo un Santo. Ora quel Santo, chiunque fosse, bisognava che gli desse una mano a dipanare l'enigma sotto i suoi occhi.
La preghiera, rivolta al cielo con spirito laico, produsse subito i suoi frutti. Viscardello si spost leggermente in avanti girando di fianco al tavolino e si chin per raccogliere delle carte. Fu allora che lo vide. Una macchia rossa per prima, quindi un corpo rannicchiato su se stesso. Da un foro bruciacchiato vicino alla tempia era uscito molto sangue, un piccolo tappeto ne era completamente zuppo. Un braccio era ripiegato sotto il corpo, la mano destra, allungata in avanti, stringeva ancora una pistola. Il gobbo di solito non si impressionava davanti alla morte, ma era abituato alla morte civile, quella che arriva con tutti i suoi crismi, nel proprio letto circondato dai parenti, per la strada se capita una gocciola, insomma con tutto il sangue ben racchiuso nelle vene, e pazienza se ci si inaridisce dentro e non scorre pi: la vita e la morte facce di una stessa medaglia.
Il campo di battaglia di quel Santo dimenticato era sfumato nella memoria, e quei morti ormai erano polvere. Viscardello vinse l'impulso di imboccare la porta e darsela a gambe levate. Qualcosa gli suggeriva d'investigare, almeno di vedere il volto sfigurato di quell'uomo senza vita. Cos raccolse il mozzicone di candela e l'avvicin alla testa fracassata. Chi poteva essere? Quei lineamenti alterati non gli ricordarono nessuno che conoscesse. E poi in quel paese di bagni termali c'era stato un'altra volta soltanto, qualche anno prima, con la sua compagnia durante la festivit dell'Assunta, per la ricorrenza della patrona. Non ci conosceva nessuno, insomma, e quella faccia insanguinata poteva appartenere a uno del posto, ma anche a uno dei mille forestieri arrivati per curarsi.
Di chiamare gli altri inquilini della casa, se ce ne fossero stati, non gli frull nemmeno un attimo per la mente. Considerato quello che era successo sarebbe stato preferibile svignarsela per non dover sottostare a interrogatori, o peggio per non dover respingere dei sospetti. Mentre stava alzandosi, per, lo sguardo gli cadde sulla mano del morto seminascosta dal corpo. Stringeva, gli parve, una specie di fiore: perch preoccuparsi di altro che non fosse la vita, quando si sta per lasciarla? Si era sparato, forse, o pi probabilmente
lo zoppo aveva montato sapientemente la scena del suicidio: ma lui si era preoccupato di quel fiore e l'aveva ancora stretto nella mano. Si avvicin ancora di pi e guard meglio quei poveri petali, era una rosa rossa, simbolo ben strano da tenere caro quando si sta per abbandonare questa valle di lacrime.. .accanto, legata alla mano da una catenella, una croce di legno rozzamente intarsiata. Viscardello trasal, un lontano ricordo gli si affacci alla mente. Fu solo un attimo, poi infil silenzioso la porta, scese le scale e usc sulla strada. C'era solo la luna ad aspettarlo, e lui la ringrazi svuotandosi di nuovo la vescica.


Capitolo 9.
La rosa e la croce.

Lo scroscio della sorgente assumeva un effetto musicale, alcune signore intorno volteggiavano come in un valzer; a pochi passi di distanza la moglie del Maestro e gli altri accompagnatori avevano osservato la scena senza comprenderne il significato, n chi fosse quell'uomo malmesso che Verdi aveva salutato quasi con trasporto come se lo avesse conosciuto da anni. Solo alla Strepponi pareva di averlo gi incontrato, ma non riusciva a realizzare in quale occasione le loro strade si fossero incrociate. All'improvviso ricord un particolare, riposto in un cassetto della memoria da chiss quanti anni: lo sconosciuto nel parlare si toccava di continuo l'orecchio destro. Era il gesto abituale che l'aveva incuriosita, quando l'aveva visto ripetere da colui che aveva contribuito ai primi successi del marito. A Milano, alla Scala, in quei momenti struggenti e irripetibili, era cominciata l'avventura artistica del suo Pasticcio. Lei era ancora in carriera, e quel libretto proposto a Verdi dall'impresario milanese Merelli aveva sortito il miracolo di riconciliare
il musicista con la musica: cos, se non sbagliava, l'uomo insieme a Verdi era l'autore del libretto del Nabucco, Temistocle Solera.
Non sbagliava, la docile Peppina; ma non poteva immaginare
quanto il colloquio che si svolgeva sotto i suoi occhi avesse turbato il Maestro, sprofondandolo in ricordi ormai remoti. La Strepponi aveva visto i due uomini darsi di nuovo la mano, poi Solera si era allontanato dallo stabilimento ripercorrendo a ritroso il viale. Verdi era entrato nel Tettuccio e si era avvicinato alla moglie che lo stava aspettando, ma senza la curiosit di conoscere il contenuto del colloquio di poco prima: sapeva come la pensava il marito, se avesse voluto sarebbe stato lui a chiarire i motivi dell'incontro inaspettato: ma non lo fece, e lei in silenzio lo prese sotto braccio. Dietro di loro la signora Stolz e il generale Corvetto, costretto a calarsi nei panni del cavalier servente, girellavano dal banchetto di chincaglieria della ditta Nistri di Firenze a quello delle seterie di Francia. L'innovazione di quelle rustiche esposizioni di merci, autorizzata dal direttore delle Regie Terme, mitigava un po' la monotonia delle mattinate di cura.
I coniugi Verdi li raggiunsero con il passo incerto di Giuseppina. Li aspettava l'acqua salutare, scrosciante dalla bocca di un mascherone di pietra serena. Subito dopo il Maestro e la moglie si riposarono su due sedie di ferro battuto poste vicino a un tavolo anch'esso di ferro. Un inserviente dello Stabilimento si premur di fornire ai due ospiti illustri un fiasco impagliato con l'acqua del Tettuccio da centellinare. La mente di entrambi per era altrove: Verdi sentiva crescere in s l'agitazione per le rivelazioni appena
conosciute, che avrebbe scoperto nel dettaglio l'indomani, quando Solera gli avrebbe consegnato lo scartafaccio. Era di Margherita, ormai ne era sicuro, una fragile traccia di tanto tempo prima, una passione che ricordava travolgente, finch non si era spenta come una fiammella. Il giorno dopo avrebbe saputo, forse. Giuseppina lo osservava di sottecchi, e si chiedeva cosa fosse successo al suo scontroso marito, cosa gli avesse detto Temistocle Solera, il librettista del Nabucco.
Verdi si vers un bicchiere d'acqua curativa e cominci a bere a piccoli sorsi frequenti come gli aveva suggerito di fare il professor Fedeli, Ispettore sanitario delle Regie Terme. Intorno a lui, a deferente distanza, gli altri ospiti dello Stabilimento compivano le sue stesse procedure benefiche. La signora Stolz e il generale Corvetto si unirono a loro, ma nessuno pareva aver voglia di cominciare una discussione, e nemmeno una leggera chiacchierata, magari sulle frivolezze delle signore alle terme o sui burberi atteggiamenti dei signori alle prese con gli eventi incontrollabili delle loro viscere. L'aria era ancora tiepida sotto i larghi tendoni dello Stabilimento, il sole solleticava le palpebre e costringeva a socchiudere gli occhi invocando la penombra dei Kurhaus. Nel frattempo, con passo esitante, una giovane si avvicin al tavolo della famiglia Verdi e dei suoi amici.
La caratterizzava il segno inconfondibile della categoria delle fioraie, cio un largo cappello detto alla Rubens'; una sottana pieghettata e una camicetta bianca completavano la sua mise-, al braccio, coperto da un telo verde, un paniere dal quale spuntavano steli di fiori recisi. Un omaggio al Maestro, pensarono tutti gli ospiti dello Stabilimento, gradito perch offerto senza chiedere niente in cambio, come piaceva a lui. Verdi si accorse della ragazza quando gli giunse a un passo. Lei abbass gli occhi con un moto di timidezza, ma subito dopo rialz la testa, fiss il Maestro intensamente, quindi prese un fiore dal cesto e glielo porse. Era un omaggio, senza dubbio: ma pareva al tempo stesso una specie di sfida. A braccio teso, il fiore eretto simile a una spada, le labbra socchiuse come per accompagnare il gesto con una rivendicazione, la fanciulla gli porgeva una rosa rossa. Al collo, il Maestro se ne avvide e chiss perch trasal, le ciondolava come un pendolo un piccolo crocifisso di legno, sommariamente intarsiato.
Ancora una rosa e una croce.
Tornava verso la sua stanzetta, Temistocle Solera, verso il suo destino. Aveva girato mezzo mondo, in quarantanni, affrontato pericoli e ristrettezze, incantato e inorridito. Si era procurato ricchezze immense e le aveva sperperate; aveva amato molte donne, una regina, niente meno, per poi cadere in un baratro di abbrutimento morale che lo aveva trascinato sull'orlo della rovina. Londra e quello che ricordava dell'episodio di Margherita non rappresentava che un tassello della bassezza morale nella quale era precipitato. Solo il caso, ora, gli offriva un'occasione di riscatto. Avrebbe potuto alleviare, forse, l'amarezza del Maestro con le parole della ragazza; ma prima non aveva esitato a offrire il plico a Filelfo, e solo il suo diniego lo aveva convinto a rivolgersi a Verdi.
Tutto questo non avrebbe pi avuto molto senso, di l a poche ore; ma Temistocle non lo sapeva. In tutti quei giorni aveva vissuto come un automa, girando per il paese in attesa che il Maestro arrivasse, e poi perdendosi dietro i nuovi avvenimenti, tanto ambigui quanto sorprendenti.
Non si era mai accorto di un'ombra dietro di s, fino a quella sera, quando una carrozza si ferm all'angolo della strada. Il vento stava scompigliando un nugolo di foglie secche. Solera si alz il bavero della giacca, scrut il cielo impastato di nuvole ed entr in casa salendo le scale.


Capitolo 10.
Una vita in anonimato.

Il corpo di Temistocle Solera rannicchiato, con la tempia forata e il sangue rappreso era stato rinvenuto (come scrisse nel suo pezzo giornalistico per La Nazione Teofilo Testi) la mattina dopo dalla padrona di casa.
Salita per rassettare la stanza come faceva sempre, si era stupita dapprima di trovare la porta socchiusa; entrata con cautela, aveva notato la baraonda di fogli sparsi ovunque e la sedia rovesciata; solo in un secondo momento aveva intravisto dietro il tavolino il corpo disteso, e aveva lanciato un grido. Si era trattato, come finemente aveva argomentato il cronista dopo un colloquio con la donna, di un urlo grigio, cio anonimo, senza enfasi. Questa circostanza di per s incomprensibile era stata motivata dall'idea che la padrona di casa si era fatta del suo inquilino: un perdigiorno male in arnese, invischiato in chiss quali traffici, esposto a regolamenti di conti da parte di malavitosi sempre con il coltello, o la pistola, in tasca. Non c'era perci da meravigliarsi di quello che era successo. La donna, dato l'allarme, si era preoccupata del sangue sparso sul pavimento e soprattutto,
ahi lei, sul tappeto ormai completamente zuppo e irrecuperabile. Era un regalo del suo povero marito, sempre stato di braccio corto, anche se quello non poteva essere definito un oggetto di pregio... ma insomma i ricordi sono ricordi, e un consorte che le potesse comprare un altro tappeto, al momento, non era in vista.
La vedova la pensava cos, e della stessa opinione era la maggioranza degli astanti che quella mattina si erano raggruppati davanti alla casa quando la notizia si sparse.
Pareva strano fra l'altro che l'uomo non avesse lasciato due righe per motivare il suo gesto: dissesti finanziari, malattie incurabili, improbabili affari di cuore, o chiss cos'altro. Non era di questo avviso per il pi importante degli interessati, quello che contava, il Procuratore del Re. Arrivato di gran carriera da Lucca, il giovane magistrato, il quale evidentemente non aveva mai visto un campo di battaglia e forse nemmeno un maiale scannato, si era limitato a dare una sbirciata alla camera, ne era uscito bianco come un lenzuolo e se nera tornato subito alla sua sede affidando al locale brigadiere dei Carabinieri le formalit di rito. Trattasi di tale Solera Temistocle, di Ercole, nativo di Ferrara, attualmente senza occupazione. Propendesi per suicidio a mezzo di arma da fuoco, nella fattispecie una rivoltella a tamburo, ritrovata stretta nella mano destra del deceduto, dalla quale manca un solo colpo, con ogni evidenza quello letale. Le indagini ulteriori esperite in loco, gli interrogatori della proprietaria e di altri testimoni non hanno apportato indizi pi significativi per far pensare a un omicidio. Il rapporto del brigadiere era conciso e confermava la burocratica asciuttezza dei membri dell'Arma; ci non toglieva che molti non credessero che le cose si fossero svolte davvero cos. Fra questi il pi in dubbio era Viscardello perch di sicuro l'uomo uscito la notte precedente da quella casa non vi era entrato per convincere Solera a spararsi un colpo ma probabilmente aveva affrettato il lavoro per conto proprio, anche se aver dovuto rovistare tra le carte e rovesciarne una gran parte in terra avrebbe potuto indirizzare gli inquirenti verso una soluzione meno di comodo. Ma, alla fine, la faccenda fu archiviata come suicidio.
Tutta la vicenda era stata una gran goduria per Teofilo Testi, che in pochi giorni vedeva gratificata la sua attivit di giornalista da due notizie allettanti e, alla fin fine, quasi complementari: all'arrivo di Giuseppe Verdi aveva fatto seguito la dipartita (volontaria o provocata) del suo primo librettista, un personaggio ora sbiadito e insignificante, ma che un tempo aveva riscosso un successo personale di tutto rispetto. Due notizie su cui lavorare sopra con scrupolo e certosina accortezza per farle diventare il clou della stagione e per consentirgli, in virt di resoconti dettagliati ed esaurienti, di acquisire un prestigio indiscusso nell'arengo giornalistico. Teofilo aveva a riguardo una sua teoria, che coincideva con le certezze esternate dalla vedova quando le aveva domandato la sua opinione sull'accaduto. La donna non aveva dubbi sulla dinamica degli avvenimenti. Era certa che qualcuno si fosse introdotto in casa la notte funesta: riteneva vagamente di aver avvertito nel dormiveglia qualche lieve fruscio, poi una discussione a bassa voce, quindi una specie di botta come se si fosse spezzato il ramo
d'un albero. Ma era tutto raccolto nell'incoscienza sottile del sonno e del sogno, e perci non vi aveva dato seguito quando si era destata senza essere consapevole realmente di quello che stava accadendo. Il giorno successivo, alla scoperta del corpo, aveva fatto due pi due, ma al brigadiere aveva raccontato di essere stata tutta la notte fra le braccia di Morfeo (non aveva proprio detto cos, ma detto in questo modo pare pi colto e qualche citazione ogni tanto non stona). Non aveva fatto mancare, nella sua deposizione, le accese recriminazioni per il danno che le era sopravvenuto: i giurisperiti avrebbero definito emergente il danno provocato dalla perdita del tappeto, e cessante il lucro della settimana di pigione ancora da riscuotere, e che le tasche del povero Temistocle, ancora pervicacemente vuote, non avrebbero pi potuto onorare. Le giaculatorie della vedova con figli non avevano avuto per spazio nel rapporto del brigadiere avendole il tutore dell'ordine classificate ininfluenti allo svolgimento delle indagini, che si erano concluse gi il giorno successivo, quando il corpo di Solera era stato inumato nel locale camposanto. Qualcuno, un evidente melomane appassionato, aveva anche accennato il celebrato motivo del Nabucco al momento di calare la bara nella fossa. Il cronista, attento ai dettagli, aveva riportato anche questo, senza specificare se Temistocle fosse stato soddisfatto o meno dell'esecuzione.
Alla mesta cerimonia non era dunque mancato il Testi armato di taccuino, mentre il Tempestini fotografo stazionava poco distante pronto a immortalare (vedete l'esattezza dei vocaboli!) qualche personaggio eccellente arrivato a porgere l'estremo saluto. E aveva colpito nel segno: il Maestro, l'ospite pi atteso, uno scatto del quale in atteggiamento raccolto presso il loculo avrebbe fruttato oro zecchino, non s'era visto; succedeva sempre cos, quando un amico, o anche un semplice conoscente del Maestro passava a miglior vita bisognava stargli lontano per evitare i suoi sguardi fulminanti e i suoi eloquenti silenzi. Non vedeva Solera da trenta e passa anni, ma era come se gli fosse morto un fratello: il trascorrere del tempo lo atterriva, l'avvicinarsi ineluttabile dell'ultimo giorno, forse domani, chiss, o il giorno appresso... non era l'identit del defunto che gli opprimeva il petto, ma l'evento in s, qualcosa che succedeva senza che potessimo ribellarci, al di sopra della nostra volont.
Le poche spese per la cerimonia fnebre e la spartana cassa di pino usata come estrema dimora del defunto erano state comunque pagate da Giuseppe Verdi, sensibile ai richiami di un'antica confidenza con il librettista.
In seguito alla morte di Solera, il Maestro non aveva per potuto scoprire per intero il contenuto dello scritto promessogli, e questo gli aveva provocato una certa irrequietezza. Era venuto a conoscenza infatti che tra le carte rinvenute, sparse in ogni angolo della stanza del morto e in mezzo ad altre ancora racchiuse in due faldoni, non si era trovato qualcosa che assomigliasse a un diario. La maggior parte dei documenti si riferivano a richieste di sussidi alle autorit pi disparate, copie di lettere a conoscenti di vecchia data, conti da pagare nelle citt di mezza Italia, appunti per libretti o versi gi belli e pronti, da usare se fosse capitato di dover festeggiare una nascita, un matrimonio, o mettersi in
gramaglie per un funerale. Non pensando, ovviamente, che le esequie avrebbero potuto essere le proprie.
Ma di diari nessuna traccia. Nessuna iniziale sulle carte, sui plichi o sui fogli sciolti, n M. T. n altre. Temistocle gli aveva assicurato l'esistenza di quello scartafaccio, gli aveva accennato il contenuto e gli aveva fatto balenare il ricordo di un episodio lontano, ma ancora ben vivido nella sua memoria. E ora succedeva questo fatto terribile. Senza averne la certezza, e nemmeno indizi desumibili da fatti inoppugnabili, Verdi aveva maturato la convinzione che la morte di Solera e la sparizione del plico avessero una motivazione originaria comune. Il suicidio era da escludere, visto che proprio Temistocle gli aveva fissato l'appuntamento per la consegna la mattina successiva.
La notizia della morte di Solera ebbe molta pi risonanza delle ultime vicende della sua vita, trascorsa nella sordina dell'anonimato.
Il giorno dopo la macabra scoperta, Viscardello aveva deciso di condividere con gli altri la sua brutta esperienza.
Dopo un frugale pasto di mezzogiorno consumato sotto un padiglione innalzato per la bisogna nelle vicinanze
dell'Arena, aveva rivolto un cenno d'intesa a Osmondo, Azul e Viola. Poco dopo si erano ritrovati tutti e quattro in un giardino circondato da giovani lecci, e il gobbo aveva raccontato la sua avventura della notte precedente. L'aveva fatto con un'attenzione scrupolosa a non omettere alcun particolare. Il succo della narrazione comunque rimaneva uno solo: il loro piano perch Solera mostrasse al Maestro il diario, questi ne prendesse cognizione, e se ne emozionasse fino ad assumere le decisioni da loro auspicate...il loro disegno, dunque, era fallito. Si fissarono incerti sul da farsi, soprattutto Viola: era su di lei che si appuntava il fulcro della storia, cominciata sulle rive del Tamigi, in un pomeriggio estivo, quando una carovana di guitti aveva scorto nelle acque plumbee un corpo trascinato dalla corrente. Tutto era iniziato allora, e aveva sconvolto le loro vite fino a farle appartenere a una realt straordinaria, fuori dal tempo e da ogni criterio di logicit.
La corrente del fiume stava per travolgerli senza rimedio.
La morte di Solera nascondeva forse qualche sottinteso diverso, al quale Viscardello non sapeva attribuire connotati pi definiti.
Era comunque opportuno che gli altri fossero informati della sua ulteriore scoperta di quella notte tragica, quando durante la cauta ispezione del cadavere ancora caldo aveva notato il fiore, una rosa rossa, e la piccola croce di legno.


Capitolo 11.
Il Tettuccio.

-  il numero cinque, Maestro... quello in angolo. La sua presenza ci onora, le nostre acque saranno un balsamo, vedr... - Cos parlava il Direttore dello stabilimento Tettuccio, l'ingegner Montelatici, un fiorentino grande e grosso arrivato apposta dalla citt di Dante per amministrare le terme, mentre accompagnava Verdi a compiere un giro dentro quel tempio della salute.
Ai lati del parterre dello stabilimento, quasi nascoste alla vista da paraventi decorati con scene di vita bucolica, si aprivano le piccole porte delle stanzette private, da una parte gli uomini, dall'altra le signore. In angolo, potendo contare su una certa riservatezza garantita da uno speciale isolamento, si trovava appunto il numero cinque, il camerino di Verdi. Sul lato posteriore del Tettuccio faceva bella mostra di s il complesso dei Bagni costruito una ventina di anni prima. L'innovazione era stata introdotta per accontentare le richieste degli ospiti i quali avrebbero gradito poter abbinare nello stesso stabilimento la bibita delle acque alla cura dei Bagni. Dentro vi erano state sistemate venti tinozze di marmo di Seravezza riempite per mezzo di una sorgente affiorata ormai da anni e denominata del Cipollo.
La gente, e non solo i forestieri, si domandava l'origine di questo strano appellativo: arduo pensare che c'entrassero in qualche modo gli ortaggi lacrimevoli, anche se non si poteva escludere che in passato l ci fosse stato seminato un orto. Essendo molto remota la possibilit che derivazioni pi ricercate potessero essere smentite, alcuni cervelli in continua ebollizione se n'erano inventata una davvero bellina, tirando in ballo una specie di termine maccheronico: Cipollo non sarebbe stata che la volgarizzazione dell'esclamazione lanciata in un italiano improvvisato misto al francese da un transalpino (ma non si spiegava perch si trovasse l e a quale titolo avesse scoperto la sorgente) quando si era visto inondare scarpe e calzoni da un getto d'acqua scaturito all'improvviso dal terreno: - C'est une polla! - avrebbe esclamato facendo un salto all'indietro.
Ma dell'acqua e dell'origine di questo strano appellativo del Cipollo poco si curava il Maestro. In giro con l'Ingegner Montelatici, osservava e al tempo stesso ricordava.
Quando Margherita era scomparsa, quella mattina di tanti anni prima di fronte al teatro, non aveva saputo darsene una ragione convincente. Era certo che il sentimento fra loro fosse sincero e che niente e nessuno l'avrebbe convinta a lasciarlo senza una parola n una giustificazione. Le ricerche erano per state vane. A teatro, nei locali dove erano soliti incontrarsi, nelle case degli amici, infine nella sua: niente, come sparita dalla faccia della terra. Si era cos buttato
anima e corpo nel lavoro, e a seguito del suo impegno, le successive rappresentazioni della sua opera avevano conseguito un ottimo successo di pubblico. Il tempo dicono sia il medico migliore: una ferita aspetta pazientemente che i lembi strappati si ricuciano e la piaga scompaia sotto le bende; quando queste sono tolte, la carne per un po' si mostra smaniosa, intimorita, in attesa della guarigione perfetta. Infine, seccati gli umori, non rimane come testimonianza che un esile segno, e solo guardandolo dappresso ci si rammenta della lesione patita e oramai dissolta. Cos capit a Giuseppe Verdi in quella lontana estate nella citt di Londra. Quando giunse l'ora della partenza dall'Inghilterra, le tracce di quell'amore erano ancora calde; ma a poco a poco scolorirono, e la ferita si rimargin.
Ora quel gioco lontano poteva avere un seguito e forse rivelare l'esito della storia: sarebbe dipeso dalle parole del plico promesso, l'indomani mattina.
Il Maestro non scordava, per, quello che era successo poco prima, il fiore offertogli e quella piccola croce ondeggiante come se volesse attirare l'attenzione, farsi notare: ancora Londra, la memoria vagava per far riaffiorare una scena non dissimile da quella vissuta ora. Nei pressi del teatro, appesi al cancello del giardino. Anche allora quei due simboli gli erano apparsi insieme, e aveva sentito parlare di uomini votati alla rosa e alla croce, privi di quei segni esteriori e quindi sconosciuti fra loro, tutti egualmente in cerca della perfezione. Ma forse la sua fantasia correva senza freni, e la piccola fioraia aveva solo voluto esprimergli ammirazione e rispetto, e il crocefisso non era che l'ingenua espressione della sua fede. S, non poteva essere che cos, e non valeva la pena di caricarsi inutilmente di ulteriori supposizioni.
Verdi si scosse dai pensieri che gli si affollavano nella mente; si avvicin a Giuseppina, la fedele compagna della maturit e, ora, della vecchiezza. Era diventata un batuffolo, le gambe le si erano piegate come oppresse da un macigno insopportabile; era minuscola tanto da sembrare una bambina, e Verdi se ne prendeva cura come della figlia perduta tanti anni prima. Le era riconoscente, per tutto: per aver sfidato insieme a lui il mondo intero sposandolo, a dispetto di un borgo inacidito, Busseto, contrario prima alla convivenza e poi al matrimonio fra loro; per essergli stata accanto sempre, anche quando le loro strade parevano allontanarsi, e lui la trascurava a causa di Teresa, adesso amica di entrambi. Per una devozione diventata quasi materna, protettrice, dopo gli anni pieni di viaggi, di musica, di incontri durante i quali gli era stata fedele compagna e spesso musa ispiratrice: S, cos va bene, Pasticcio,  bella.... Solo lei poteva ascoltare la sua musica e talvolta giudicare.


Capitolo 12.
L'uomo sulla carrozza.

Solo una luna a tratti velata accompagnava la carrozza nel suo viaggio notturno. Era uscita dal paese attraverso un ponticello sul Salsero, il piccolo rio che fungeva da collettore per tutte le acque reflue delle sorgenti termali. La strada era deserta a quell'ora; l'assenza di lampioni costringeva gli sporadici viaggiatori a un'attenzione supplementare per scansare le fosse e le buche di cui era cosparso il percorso. L'uomo dalla faccia chiazzata e dalle mani bendate era l'unico passeggero rintanato in un angolo della vettura. In una strana postura, teneva le mani sotto le ascelle come per scaldarsele: ma era estate e anche di notte la temperatura risultava gradevole.
Le mani continuavano a essere il suo tormento. Doveva usarle, come tutti, anzi molto di pi considerato che lui era un esecutore, uno di quegli individui pronti a compiere qualsiasi azione gli venisse comandata, senza replicare n muovere eccezioni. Ma ormai da anni un'inguaribile malattia lo affliggeva e tutto gli riusciva pi complicato. Le dita si stavano torcendo in modo innaturale. Le macchie si erano estese al volto, mentre i nervi della gamba sinistra (almeno cos si era espresso un medico) si erano infiammati tanto da provocargli dolori a ogni passo. Se la prendeva con il mondo intero, quell'uomo storpio e butterato, e in fondo non gli si poteva dare torto: spaccasse pure quello che gli capitava a tiro e trattasse a male parole chi aveva la sventura di imbattersi in lui; ma nessuno sapeva quale fosse davvero il suo mestiere: lo chiamava proprio cos, il mio mestiere. Doveva usare le mani, nel suo mestiere, per convincere la gente a fare o non fare qualcosa, a dare o non dare qualcos'altro; di mestiere persuasore, lo avrebbero definito, e presumeva di essere il migliore in circolazione. Sicuramente quello con meno scrupoli.
L'incarico appena portato a termine non si era rivelato dei pi semplici. Quell'uomo anziano, ingrigito e malinconico, non aveva voluto conoscere ragioni, si era impuntato a stringersi addosso quel mucchietto di fogli pur di non darglieli. E magari avrebbe anche avuto l'intenzione di gridare, cosa disdicevole per i vicini e per la sua quiete personale: cos era stato costretto a tramortirlo e poi, per arricchire la vicenda con un colpo di teatro, a inscenare il suicidio dopo aver chiuso la pratica con una pistolettata attutita da un cuscino. Il plico ordinatogli era l, un po' spiegazzato ma tutto intero: nessuno doveva lamentarsi dei suoi servizi, e anche le vittime potevano contare sulla sua discrezione, nessuna sofferenza inutile e un lavoro pulito, professionale. Il tocco da maestro poi era stato l'ultimo, su suggerimento del suo committente, senza che si rendesse realmente conto del motivo di introdurre quegli oggetti nel bel mezzo della
rappresentazione: una rosa nel pugno e una croce l vicino. D'altra parte, chi tiene i cordoni della borsa ha l'ultima parola, e lui non voleva sciuparsi la reputazione per cos poco. La carrozza stava intanto attraversando il paese di Monsummano, un grosso borgo per lo pi agricolo, nel quale non mancavano per anche case di qualche decoro, eleganti palazzine, villette deliziose frammiste ai campi lavorati, alle vigne e agli oliveti.
L'uomo dalla faccia chiazzata e dalle dita storte non aveva n la fantasia n la voglia di contemplare le particolarit del paese. Aspettava con ansia di arrivare a una villetta nei pressi di una grotta naturale, calda e piena di vapori, luogo misterioso, infernale: chi non si sarebbe aspettato di veder sbucare fuori da ogni anfratto un diavolo in cerca di anime dannate? E l, lui lo sapeva, Belzeb avrebbe potuto fare buon mercato, ch le ribalderie erano merce consueta fra quelle mura.
La grotta e la villetta l vicino erano a non pi di un chilometro fuori dal paese, verso la montagna che un tempo dicevano fosse stata un vulcano. Nessuna meraviglia dunque se fuoco e vapori abitavano nelle viscere di quel monte. Nella villetta, invece, l'uomo sulla carrozza sapeva di trovare il suo committente, un personaggio perfetto per quel luogo diabolico. Ne conosceva il nome, perch non lo nascondeva, anzi se ne vantava: era un nome bello e terribile al tempo stesso, che evocava un passato creduto ormai morto e sepolto.
Si chiamava Christian Rosenkreuz.


Capitolo 13.
Christian Rosenkreuz.

Ridestati, domani, sogna questa notte. Una poetessa raccontava cos il suo amore perduto, e le sue parole sembrano le mie. Non potrei descrivere meglio quello che mi  successo, che mi sta succedendo... ma non so se mi risveglier domani...
Sono figlia unica e i miei genitori hanno riversato su di me tutto il loro amore. Volevano il meglio, per me, con le loro poche sostanze. Mi hanno mandato a scuola, e poi quando ho compiuto sedici anni sono riusciti a pagarmi le lezioni di pianoforte e anche di canto. Andavo tre volte la settimana da una signora italiana, originaria delle parti di Venezia, insieme ad altre due ragazze. Viveva da sola in un appartamento del West End, posto in un angolo di una piccola piazza erbosa, fuori dalle strade pi frequentate.
Un giorno vidi un uomo uscire dalla casa della mia insegnante. Non sapevo chi fosse, non l'avevo mai visto prima, era elegante e pensai a un suo conoscente, magari italiano, forse veneziano. Dopo un paio di giorni, la signora mi prese in disparte e mi chiese di conservare per lei un documento contenuto in un plico, senza specificare nient'altro... io lo presi e a casa lo
misi subito in uno stipo e quasi me ne dimenticai... solo dopo alcuni giorni mi ricapit tra le mani, ma non lo aprii per riguardo alla signora e perch non sono mai stata curiosa, anche se pareva che intorno a quel incartamento ci fosse una certa aria di mistero...
Ero rimasta sola. A poco pi di vent'anni dovevo essere in grado di provvedere a me stessa. Dovetti vendere tutto quello che avevo, anche i pochi mobili di casa per poterfar fronte ai creditori. Dopo qualche mese seppi che al Teatro di Sua Maest stavano cercando dei coristi. Ricordo ancora quando mi presentai, un pomeriggio piovoso, insieme a molte altre ragazze e alcuni uomini. Il mio Rossini mi venne in aiuto, e forse mi aiut anche il fatto di conoscere la musica, di essere di origine italiana e di avere un po' di dimestichezza con il linguaggio delle opere liriche. La mia Rosina del Barbiere di Siviglia con la sua aria Una voce poco fa mi spalanc le porte del teatro. Parve loro che avessi anche una discreta presenza scenica, mi sapevo muovere e interpretare la parte... come sembra bntano quel tempo! Finch un estate non arriv lui. Il musicista gi famoso, l'uomo di mondo, un italiano per il quale impazzivano tutti i teatri d'Europa. Lo vidi e sentii come un flusso d'emozioni attraversarmi tutto il corpo, non mi era mai successo prima... A Londra facevano a gara per invitarlo ai ricevimenti, alle feste, ma lui era schivo, non presuntuoso, ma schivo... preferiva, me ne accorsi, passeggiare per la citt, nei parchi o lungo il fiume. Ci aspettammo nel foyer del teatro, un pomeriggio dopo le prove. Entrambi ci cercavamo con lo sguardo, non cera stato bisogno di parole... un'indescrivibile attrazione fatta di gesti minimi, di sensazioni... Ci ritrovammo e ci riusc naturale camminare insieme, ridere insieme come non mi capitava pi da tanto tempo, e poi amarci, semplicemente e docilmente, e poi giurare amore per sempre. Lui stava a guardarmi per ore, passavamo le sere abbracciati con il cuore in tumulto e poi con il cuore riposato, facevamo l'amore con le parole dell'amore, e ci stringevamo le mani, la mia piccola bianca nella sua grande e paterna... la mia salute cominciava a vacillare, e i colpi di tosse mi assillavano, ma cercavo di trattenerli e di nasconderli quando ero in sua compagnia.
Seppi in questo tempo che la mia insegnante di musica aveva lasciato la sua casa, si diceva fosse sparita all'improvviso e che tutto era rimasto al proprio posto, abiti e ninnoli vari. Cos tutti pensavano che questa scomparsa fosse misteriosa e sospetta, perch non se ne sapeva pi niente. Un giorno era stata vista alla posta mentre spediva una lettera, la sera stessa non era tornata a casa... Credo che l'uomo che vidi quel giorno cercasse il documento, e non l'abbia pi trovato...  un semplice foglio con degli strani numeri e un nome in fondo, ce l'ho qui vicino in questo momento ma non riesco a decifrare il contenuto, ci sono solo numeri, per me senza senso.
Christian Rosenkreuz sogghign nel leggere queste considerazioni d'impotenza da parte di chi aveva scritto quelle parole. Pos i fogli che aveva in mano e si affacci alla terrazza della sua camera. Era buio ftto, ancora non aveva cominciato ad albeggiare dalla parte delle colline. L'uomo dal volto chiazzato era arrivato in carrozza pochi minuti prima dai Bagni di Montecatini e gli aveva portato un regalo. Era quello che aspettava e che aveva inseguito per tanto tempo.
Aveva ordinato all'uomo che glielo consegnasse subito quando ne fosse venuto in possesso, senza badare all'ora.
Le smancerie lette in quei primi fogli gli procuravano l'orticaria: l'amore era un sentimento sconosciuto per lui, almeno quello classico, di un uomo verso una donna, o viceversa. La curiosit l'aveva spinto a scorrere le pagine stinte, anche se era stato tentato di metterle da parte, addirittura di strapparle; poi pens che aveva impiegato un bel po' di tempo prima di metterci le mani sopra e ora gli pareva incomprensibile non darci almeno un'occhiata. Era solo curiosit, non interesse: a lui importava solo dell'ultima pagina, quella criptica, ma aspettava a considerarla, si riservava il sottile piacere di scoprirne il contenuto rinviando il suo esame. Dopo cos tanti anni di ricerche, cosa contava qualche minuto in pi? Ormai il documento era l, in suo possesso, e nessuno avrebbe potuto servirsene per danneggiare la causa... la sua causa.
L'uomo dal viso chiazzato e dalle dita storte aspettava vicino alla porta d'ingresso. Aveva portato a termine il suo incarico, la ricompensa pattuita gli era stata corrisposta, e ora voleva solo andarsene. Non gli piaceva stavolta il suo committente: era un professionista e non si curava pi di tanto dei motivi che spingevano cos tanta gente a servirsi di lui. Di solito il suo intervento era richiesto per appianare definitivamente questioni d'interesse, quando entravano in ballo patrimoni o eredit; oppure affari di sentimenti contrastati, come l'odio o la gelosia. Niente di personale, mai, nessun coinvolgimento emotivo per nessuna ragione: era solo lavoro e lui era il migliore anche se le mani gli stavano giocando un brutto scherzo, e non poteva perdere i ferri del mestiere. Stavolta per non comprendeva cosa ci fosse dietro quel vecchio raggrinzito senza una lira che aveva ucciso. Cosa poteva nascondere di tanto importante nella sua stanzetta squallida piena di carte?
Una fitta dolorosa alle mani e uno spasmo che dalla gamba gli correva per la schiena lo costrinsero a considerare la sua situazione e a lasciar perdere le congetture.
Christian Rosenkreuz riprese in mano i fogli, con un semplice gesto della mano, indic all'uomo la porta congedandolo; poi si sedette sulla terrazza e ricominci a leggere le pagine struggenti di quella storia.
Erano state settimane intense, il mio amore cresceva e anche per lui credo si stesse rafforzando il nostro legame... mi cercava ogni istante, le prove dell'opera andavano avanti ma noi scappavamo appena possibile, ci rintanavamo dentro il nostro amore e ci scoprivamo senza ritegno, io libera e poi modesta e verso di lui sfrontata a tratti, lui... non so, ma mi amava, ne ero certa, fino a quel giorno, quando la nube nella quale avevo vissuto fino ad allora si squarci e io vidi chiaramente... Davanti al teatro, una piccola folla stava festeggiando un cantante mentre entrava nel foyer per le prove. Noi stavamo arrivando nella piazzetta, con i fiori e l'erba tra i capelli, e lui fu chiamato dentro il teatro da un uomo... qualcuno lo cercava, non disse il motivo. Io rimasi da sola sui gradini della scalinata, e fu allora che improvvisamente mi ritrovai circondata dalla gente, e tutto mi divenne chiaro, e mi prese un timore incontrollato e struggente. Sapevo che se ne sarebbe andato per
sempre di l a pochi giorni... i suoi impegni, il suo mondo, la sua musica... tutto stava per finire, non potevo legarlo a me,
io ero una povera ragazza ricca solo di amore, lui un uomo importante con una carriera davanti, come avrei potuto farne parte... l'amore sarebbe ingrigito in poco tempo fuori di l, quando il suo mondo lo avesse conquistato di nuovo, la sua musica, i suoi amici, le sue donne... No, dovevo sparire allora per lasciarmi ancora sulla bocca il dolce sapore del suo nome, dei suoi baci...
Fu allora che quell'uomo, mi pare si chiamasse Solera, che veniva spesso in teatro a mendicare qualche incarico, si avvicin; era anche lui italiano e parlava con l'accento della Bassa, somigliante un po' a quello del mio amore. Mi propose un lavoro, insegnare pianoforte, cosa mai nemmeno immaginata...
Non so se mi abbia cercato, forse nei primi momenti si sar disperato, si sar chiesto il motivo della mia fuga... una fuga, sottrarsi al tempo per fermarlo, non voler vivere pi per continuare a vivere nel ricordo... Solera mi chiese di andare con lui per fissare i termini dell'incarico. Ma sulla carrozza sulla quale mi fece salire subito dopo cera un altro uomo, che incuteva non so perch un certo timore pur essendo gentile. Mi sembrava di averlo gi visto un'altra volta. Mi disse del suo desiderio di far imparare il pianoforte alla figlia, sarei dovuta andare a casa sua gi dal giorno
successivo. Mi parve strano, come se quello non fosse altro che un pretesto per tenermi sotto controllo e magari pretendere qualcosa... lo guardai meglio e mi sembr l'uomo che avevo visto uscire dall'appartamento della mia insegnante, e allora mi venne in mente il documento affidatomi da lei, e da me nascosto...
Cos, arrivata a casa, presi il documento dall'intercapedine dietro il camino, abbracciai forte zia Rosetta e, di sera, mi allontanai da l, dove mi avrebbero cercato quando non mi fossi presentata alla lezione di piano. Andai a casa di una mia amica, una corista.
Mi rendo ora conto di non poter continuare a nascondermi.  tempo di prendere una decisione definitiva, senza trovarmi ogni giorno davanti al mio fallimento... e poi ormai la mia salute declina, qualche goccia di sangue bagna i fazzoletti e allora... Non potrei continuare a vivere in questa casa, fuori di qui non saprei dove andare... e quindi tanto vale finirla. Scrivo queste poche memorie perch ho bisogno di alleggerirmi
lo spirito, e anche la coscienza, ma non voglio tramandarle come un'arida eredit a qualcuno perch mi commiseri e mi ricordi, oppure mi condanni. Cos lascer alla sorte decidere se la mia povera storia debba essere conosciuta oppure no. Torner per l'ultima volta nella grande biblioteca dove sono stata tante volte a leggere e studiare, quando ancora ero una ragazza piena di sogni. Affider a un libro qualunque, a delle pagine chiuse e silenziose, queste righe perch ingialliscano insieme con le altre.
Il caso dovr decidere anche se qualcuno ritrover l'ultimo foglio, quello criptato... lo metter con i miei perch abbiano lo stesso destino. Dopo uscir dalla biblioteca, attraverser ilparco e arriver alfiume. Quella sar la mia ultima meta... Dio mi perdoni, se pu, anche per quello che sto per fare... andr da sola verso il mare... forse stanotte ho sognato, ma domani non mi ridester.
Christian Rosenkreuz rilesse le ultime righe pi volte. Dunque l'amore era anche questo? Decidere di togliersi la vita per il bene dell'altro, senza pensare a s. Era inconcepibile per lui. L'amore di quella ragazza gli pareva innaturale, quasi blasfemo. Sacrificarsi in modo cos inutile... Accartocci le pagine deciso a ridurle a brani, quasi con rabbia: ma una voce che saliva insieme alle folate di vento sulla terrazza gli ferm la mano. Gli parve di riconoscere quel suono, le parole sussurrate, accorate, ancora quella donna sconosciuta che invoca per s una nuova vita, pregandolo di non disperdere la sua storia.
Quasi in contrasto con la sua volont si rese conto che quelle ultime parole lo avevano colpito. La sua partecipazione emotiva agli eventi narrati si espresse con un'alzata di ciglio,
il massimo che potesse concedere a tutto ci che non fosse raziocinio. Anche l'identit dell'uomo tanto amato ebbe un peso nella decisione che stava per prendere. Giuseppe Verdi era a Londra in quel tempo, e c'era Solera, e poi chi altri se non Filelfo Arrivabene con i suoi intrighi... erano loro gli attori che riempivano quella storia, finalmente tornata alla luce. Distese i fogli e li ripose nella cartella. Avrebbe pensato poi cosa farne, ma strapparli no, ora gli sembrava pi giusto (per quanto le vicende umane possano attingere alle rive della saggezza) far conoscere quelle pagine a chi le avrebbe apprezzate. Una considerazione insolita nelle decisioni di Rosenkreuz, ma appariva inconsueta anche la situazione nella quale si era ritrovato.
Ora bisognava mettere mano all'ultimo documento, interpretarne il significato e scoprire cosa fosse successo tanti anni prima. Si trattava di un'eredit alla quale non era consentito rinunciare, ma non era sua intenzione compiere altre nefandezze come l'esecuzione di quel povero vecchio.
Il finto suicidio, con la sua carica di rancoroso oltraggio, lo aveva nauseato: non voleva ci scappasse il morto e l'azione brutale del sicario prezzolato gli era parsa inutile e quasi dannosa. Immerso in questi pensieri, erano cos passate alcune ore, e la notte tiepida si stava colorando di un bianco lattiginoso laggi, verso i monti. Non dormiva pi molto ormai, e le sue notti le passava a studiare e a scrivere; o talvolta a interpretare enigmi, come in quel caso.
Christian Rosenkreuz  arrivato sulla scena del racconto come sbucato dalla botola di un teatro, uscito da un camerino segreto dove si raccolgono tutti gli artifici del mondo. Bisogna ammetterlo,  il personaggio ideale per chi vuole narrare una storia intrigante, di lui quasi niente si conosce del passato n cosa si prefigga per il futuro. Quelli che si dilettano di occultismo e alchimia ne tracciano uno strano profilo, ma gli altri, tutti gli altri, pensano che i suoi epigoni siano una banda di esaltati, di mentitori per la gola intenti a turlupinare il prossimo per gli scopi meno nobili. I primi lo fanno nascere nel 1378, e vivere 106 anni, fino al 1484; lo hanno chiamato con quel nome e quel cognome perch il popolino ci ricamasse sopra, perch alla gente umile  sempre piaciuto avere a che fare con i misteri, l'immortalit, la vittoria del corpo sulla decadenza, il potere derivato dall'oro che l'alchimia produce, ma anche con le croci e gli idoli, simboli cristiani o pagani. Una rosa e una croce, il suo nome.
I suoi seguaci, si dice, perseguono la perfezione; la loro societ  segreta, ma lo  anche per loro stessi perch nessuno conosce gli altri, n sa in quali uomini si siano incarnati secoli prima. La denominazione che li contraddistingue, Rosacrociani, non  niente di pi che un'esercitazione letteraria, etimologica; si sarebbero potuti chiamare I Silenziosi, o I Nuovi Templari, o I Magi, o I Pitagorici, il credo che perseguono, ignoto anche a loro, non sarebbe cambiato. Nessun segno esteriore o luogo di riunione, se non Il Tempio dello Spirito Santo, che si trova ovunque. Vivono esuli tra i profani finch non incontrano un loro simile e lo riconoscono perch ha raggiunto la loro stessa perfezione. Insomma, una completa babilonia, se non fosse che per un senso di malcelata superiorit intellettuale, e qualche volta anche solo per vezzo, non ce la fanno a resistere e sfoderano gli emblemi onomastici per i quali sono conosciuti, la rosa e la croce, e cos si aprono al mondo e in definitiva si imbastardiscono. Quando si fanno scoprire e scendono sulla terra diventano semplici operatori dell'occulto, mistici contemplatori, immortali con data di scadenza, e qualche volta assassini.
Questo era diventato Christian Rosenkreuz suo malgrado. Chiss come si chiamava davvero, o forse era proprio lui, quello nato cinque secoli prima, che aveva scoperto
lo stigma della vita eterna, se non dell'assoluta perfezione. O forse meglio, in un tempo indefinito, magari dopo cicli di 106 anni, una verit soprannaturale portava ogni volta all'apparizione di un Christian Rosenkreuz depositario della saggezza e delle conoscenze dei suoi predecessori. Una consacrazione silenziosa, nascosta. La ricerca della perfezione morale, l'esaltazione della modestia e dell'umilt, con le miserie umane sempre in agguato a impedire il completo asservimento allo spirito di servizio, alla conoscenza che eleva e consente la resurrezione.
Di tutto questo era consapevole l'attuale Christian
Rosenkreuz, ma sapeva anche che la natura umana  debole e
fallibile, e cos si era adattato a seguire certe regole, a incontrare qualche adepto in cerca di conferme, mentre il passato incombeva sulle decisioni da prendere. Come quella riferibile all'uomo che aveva fatto seguire per molti giorni e che aveva portato a scoprire l'esistenza del vecchio documento criptato compilato da un confratello, decenni prima. Sopravvissuto insieme all'altro, per, alla storia bella e tremenda della donna disperata e del suo amore per quel musicista. Christian Rosenkreuz ramment le parole, e prese una decisione fuori dai suoi canoni di comportamento: l'uomo che era stato cos tanto amato doveva conoscere il destino della sua donna. Glielo doveva, e forse in questo modo anche lei avrebbe continuato a sognare.


Capitolo 14.
Viscardello ricorda come tutto ebbe inizio.

Gli avvenimenti degli ultimi tempi mi hanno sollecitato una vena nostalgica, come se ogni giorno di vita fosse l'ultimo e quindi ne debba spremere ogni goccia. I ricordi della giovent mi tornano vividi nella memoria; in effetti, ci che rammento del passato differisce dalla sua esistenza attuale solo nei particolari, eccetto quel giorno, quello che sto ripercorrendo come se lo vivessi di nuovo. Quel giorno mi ha cambiato la vita, anche se me ne sarei reso conto solo in seguito, insieme ai miei compagni.
Mi rivedo mentre siamo accampati a due passi dal fiume dalla sera prima. Abbiamo trovato uno spiazzo grande abbastanza per le nostre carovane e una gora tranquilla per procurarci l'acqua. Un boschetto di salici fiancheggia il nostro rifugio posto su un terreno pi rialzato rispetto alla riva fangosa, al riparo dalle bizze della corrente. La citt  invisibile, al di l dell'ampia ansa che il fiume disegna per uscire da Londra. Solo, ne percepiamo a tratti i rumori e spesso gli odori, promanati gli uni e gli altri dai macelli e dalle fabbriche e trasportati dalla brezza. A qualche diecina di iarde da dove ci siamo fermati una specie di passerella di legno scavalca il fiume. Ogni tanto l sopra si intravede un mulo che ansima spinto da un contadino o delle donne con il bucato appena sbattuto sulle pietre del fiume. Sembrano personaggi di un dipinto pastello di Turner, con il grigio del fiume a fungere da tavolozza. Non c' da meravigliarsi che conosca la pittura, so per certo di essere gobbo, e so altrettanto per certo di non essere cieco.
Ci siamo fermati qui, alla fine: due mesi di ininterrotto girovagare avevano prosciugato le nostre forze e ora, in questo posto appartato e quasi silenzioso, proveremo a ritemprarci per ripartire di nuovo tra un po' di tempo, ancora non sappiamo quanto. Bisogna battere il ferro quando  caldo, cio ora che  estate e le fiere dei paesi rigurgitano di gente; solo pochi giorni durer quindi la nostra sosta, ma dovremo comunque ripetere i numeri dello spettacolo per non arrugginirci: sarebbe cos facile oziare sdraiati al sole, quando c', fumare la pipa, con il tabacco dolce trinciato fine, lessare qualche buona gallina e non pensare al domani, con la pancia piena. Ma per riempirla non bastano i sospiri, e dunque sotto con l'allenamento.
La mente divaga inafferrabile e attizza nuove braci sul fuoco del ricordo. Rivedo allora le donne che si industriano nelle pulizie e nella cucina; qualche ragazzo raccoglie la legna per il fuoco, altri uomini aggiustano le assi delle ruote, impeciano le pareti e le coperture dei carri. I cavalli sono strigliati a dovere e insieme con gli altri animali si godono in libert
l'acqua del fiume. Azul esce dal suo carrozzone con la solita felina andatura. Ha solo quindici anni, ma gi un corpo sodo e sinuoso e gli uomini girano la testa e si asciugano le labbra col dorso della mano.  come al solito vestita di niente, la tunica leggera la modella sui fianchi e sul seno mentre si avvia al fiume con un secchio.
Ricordo quando l'abbiamo accolta tra noi durante un viaggio in Oriente, qualche anno prima. La portammo via una notte, a rischio di farci ammazzare tutti dagli abitanti del paese dove ci eravamo fermati per lo spettacolo. Lei era poco pi che una bambina e si chiamava Fatima. Avrebbe dovuto sposare un vedovo con figli gi grandi: ma avrebbe preferito morire, come ci disse in seguito. Si era di nascosto raccomandata alle nostre donne perch la portassimo con noi, non ce ne saremmo pentiti, avrebbe lavorato e si sarebbe esibita nella danza del ventre, anche se il suo allora era ancora acerbo. Non so perch ci prendemmo a cuore la sua sorte a rischio della pelle. Forse la considerammo subito un'emarginata, come eravamo noi rispetto al mondo cosiddetto civile. Era dunque gi un po' figlia nostra, e allora tanto valeva che lo diventasse davvero, figlia di ciascuno di noi. Cos la nascondemmo sotto i tappeti di una carovana e and bene perch solo pochi giorni dopo ci imbarcammo per tornare in Italia. La ribattezzammo Azul, che in catalano significa azzurro, come i suoi strani occhi chiari di araba con sangue crociato nelle vene.
Osmondo era un giovane di colore, abile cavallerizzo e con una bella voce baritonale. Anche lui era scappato di casa per unirsi a noi, chiss cosa sperano di trovare nella vita randagia degli istrioni questi giovani di buona famiglia, insoddisfatti, pieni di grilli e di ansia d'avventura. Comunque almeno per lui non abbiamo rischiato la pelle, al massimo una bastonatura se suo padre l'avesse scoperto. La sua casa era a Venezia, ma lui apparteneva a una famiglia egiziana trapiantata da molti anni nella citt lagunare. Sulla riva del fiume, ora, anche lui si sta riposando. Fuma il narghil secondo le usanze del suo paese, dove si chiama shisha, e nonostante siamo all'aperto, l'odore acre di tabacco e melassa riempie le narici e d un po' di vertigine.  il primo pomeriggio di un giorno che deve essere festivo perch sulla passerella di legno sono transitati uomini con i baffi impomatati e cappelli ben tesi e calzati, non quelli flaccidi e sporchi delle giornate di lavoro; e le donne giovani con indosso scialli ricamati e piccoli orecchini a goccia, le anziane con grandi pezzuole in testa chiuse da spilli sul petto, vasto e ansioso. Molti vanno alla funzione religiosa l vicino, in una chiesa di campagna costruita con larghe pietre squadrate. Altri si scambiano visite per pattuire commerci o concordare matrimoni. Forse pi tardi i giovani si ritroveranno in qualche sagra campestre dove mangeranno ciambelle di mais e torte di mele.
Li vedo passare come attraverso un filtro estivo, con l'aria calda che balugina tra il fiume e il cielo; e mi sembra quasi una processione delle nostre parti, anche se qui manca la statua del Santo dispensatore di benefici o la Madonna con il cuore sanguinante. Il tempo pare sospeso, sono passate ore o solo pochi minuti da quando ozio appoggiato a un salice e guardo il passeggio da lontano? C' una pausa adesso nel transito sulla passerella, cos fisso un punto del ponte,
due assi sovrapposti che sporgono in fuori e sembrano la polena di una nave pronta a salpare.
Un punto appena visibile sta ora avanzando da un capo della passerella verso il culmine, al centro del fiume. E una donna,  minuta e si trascina a stento anche se pare giovane. Si appoggia alla spalletta per sorreggersi e a ogni passo guarda gi, verso l'acqua. Una strana sensazione acuisce la mia attenzione su di lei. La vedo avanzare, giungere sul dorso pi alto del ponte, fermarsi ansimante come se facesse un'enorme fatica. Poi, ancora una volta, guarda gi. Mi alzo di scatto, capisco la sua intenzione e alzo un braccio, grido qualcosa, no, ferma... ma lei pare aver dimenticato la spossatezza di poco prima, si arrampica sulle assi abbracciandole e resta un attimo eterno in bilico. Poi la vedo chiudere gli occhi e lasciarsi cadere in basso.
Non sono il solo ad essersi accorto della ragazza sul ponte. Un genovese assoldato nelle vesti di lanciatore di coltelli  gi sulla riva, si sfila il camiciotto e gli stivali e si tuffa in acqua. Per fortuna non ci sono vortici troppo violenti, il fiume ha una portata esigua per la siccit estiva e la corrente  modesta: cos in poche bracciate il volenteroso salvatore raggiunge l'aspirante suicida, la raccoglie con un braccio intorno alla vita come un fuscello e ritorna verso la riva, dove tutti lo incitano ad approdare. Nuota con un braccio solo, ma sappiamo tutti che ce la far. A Genova, anni prima, si guadagnava da vivere recuperando in mare oggetti dispersi e anche salvando quelli che cadevano in acqua.
Cos, appena toccata terra e affidata la ragazza alle donne della carovana, il genovese chiede insistentemente a chi deve rivolgersi per avere il premio; ma quando, alla fine, si convince che niente gli  dovuto ai sensi di legge borbotta un'imprecazione nel suo dialetto incomprensibile e ci guarda tutti accigliato.
Per intanto le donne della carovana si prendono cura di quella ragazza minuta sopra un carro, la spogliano dei vestiti bagnati, la sfregano con un unguento per riscaldarla e poi la rincuorano e sono proprio le parole consolatorie la medicina di cui ha pi bisogno.
Dopo alcuni giorni dal suo salvataggio nel fiume la carovana si  rimessa in moto verso una periferia della grande citt, dove era prevista una festa per il matrimonio di un signorotto locale. La ragazza salvata dalle acque (se fosse stato maschio l'avrebbero chiamato Mos)  stata adottata dalla comunit di commedianti. Non sa dove andare, ha detto, e piano piano, con il calore di tutti noi, si  sciolta e si  dichiarata pentita del suo gesto. Si chiama Margherita, e non ha famiglia. Cos abbiamo deciso che noi saremmo stati i suoi genitori, i suoi fratelli e le sue sorelle.
Ha cominciato d'altra parte a rendersi utile in mille modi, e in un caravanserraglio come il nostro il daffare non manca mai. Vorrebbe impegnarsi anche in lavori pi adatti a un uomo, che comportano un maggiore impegno fisico, ma tutti l'abbiamo persuasa a desistere dal suo proposito. Tossisce spesso, purtroppo. Si schermisce con il fazzoletto e cerca di attenuare gli accessi inalando malva, ma  inutile. Fra le donne,  Azul che si adopera di pi per trovare un rimedio efficace al suo male. Azul aiuta cos la ragazza del
fiume, anche se il clima umido e caldo non le d tregua. Lei annusa docilmente l'aceto, con il liquido si sciacqua la bocca e la gola come fosse rosolio, mostra ora tanta voglia di vivere quanto prima pareva decisa a morire.
La situazione  cambiata, radicalmente: il mese successivo al salvataggio dalle acque del Tamigi, Margherita non ha avuto il ciclo mestruale. Le donne pi anziane ed esperte hanno dapprima ricondotto questo accidente a una conseguenza naturale del trauma subito dopo il tuffo nel fiume; ma poi, seguitando la mancanza del flusso, si sono convinte che la ragazza stesse aspettando un bambino. Per maggior certezza hanno rispolverato una pratica giunta fino a noi dalla notte dei tempi: hanno messo uno spicchio d'aglio sotto il cuscino, e il mattino successivo, non avvertendo lei alcun sentore in bocca, lo stato di gravidanza era certificato. La stessa convinzione l'ha espressa il medico di uno dei tanti paesi nei quali si fermava la carovana osservando le sue urine, definite torbe e acide. Insomma, Margherita  incinta, ma allo stesso tempo continua a essere malata e con remote probabilit di guarigione.
Margherita non pu, quindi, fare sforzi nel suo stato, e si limita cos a guardare la vita che le scorre davanti seduta sul carro. Le donne la vezzeggiano con complimenti quando le passano vicino, la cera del viso  migliorata, le mani si sono sgonfiate, la pancia cresce secondo le leggi della natura, sar un maschio perch hai la pelle macchiata, assicurano alcune, sar una femmina perch hai la pelle macchiata, certificano altre... lei ascolta, sorride, annuisce, e pensa che il suo amore non sa la verit, forse la crede morta, fuggita, rapita o chiss cos'altro, e non conosce la realt, che sar tra qualche mese padre inconsapevole.
Nasconde cos il viso nello scialle che le copre perennemente le spalle, e singhiozza piano.


Capitolo 15.
Un prezioso documento.

Christian Rosenkreuz accanton i fogli letti fino ad allora e sfil il documento, quello la cui conoscenza aveva centellinato per assaporarne meglio il gusto come se si trattasse dell'ultima bottiglia di Porto conservata per le grandi occasioni. La selva di numeri gli si par davanti spavalda: prova a metterci in chiaro, se ci riesci, sembrava dicesse. Ma lui aveva le armi adatte per disboscare quell'intrico e non si fece pregare oltre. Da un armadio a muro tir fuori un tomo antico, con la copertina rigida segnata in oro. Sulla costola spiccavano il titolo, Fama fraternitatis e l'anno di edizione, 1614; nessun riferimento all'autore. Sapeva che diverse menti avevano concorso alla stesura del testo, e che nessuna di esse poteva attribuirsene la paternit esclusiva. Ci si leggeva, a un certo punto: ...In questo modo ebbe inizio la Confraternita dei Rosa Croce; all'inizio solo quattro persone e per mezzo loro era stato creato il linguaggio magico o la scrittura, con un vasto dizionario che noi ancora usiamo quotidianamente nelle nostre preghiere e lodi a Dio, e troviamo grande saggezza in esse.... Le parole, i significati, le idee, la perfezione concentrata in quelle pagine.
Rosenkreuz era dunque a conoscenza che quel libro considerato uno dei fondamenti del credo rosacrociano nascondeva in s la soluzione dell'enigma. L'aveva ricevuto dal confratello vissuto prima di lui, del quale era stato discepolo e che gli aveva affidato i segreti della congregazione in punto di morte, e con essi anche il libro. I numeri dunque potevano cominciare a parlare.
Tanto complicato pareva il codice quanto semplice la soluzione. I numeri allineati uno accanto all'altro senza interruzione, senza segni d'interpunzione, senza pause, dovevano essere riportati al testo del tomo per tramutarsi in parole: ogni numero indicava la pagina, il rigo e la posizione della parola nel rigo stesso, facile come respirare. Cos Christian Rosenkreuz si mise all'opera e scoperse in breve il significato del messaggio. Erano passati trentacinque anni da quando quella pagina era giunta a Londra da Anversa, dove viveva il maestro di Christian Rosenkreuz. Il documento denunciava un avvenimento di una certa gravit, per quel tempo; il lontano episodio era per sfumato adesso, e le sue conseguenze erano diventate irrilevanti. I dettagli li lasceremo alla fantasia del lettore: diremo solo che si trattava di diamanti e che c'entrava Filelfo, il cui nome era l'unica parola scritta in chiaro sul documento segreto.
Filelfo, considerato un confratello, si era macchiato di una colpa definibile "soverchio attaccamento alle cose terrene", e cosa poteva esserci di pi tangibile delle pietre preziose?
Cos aveva agito Filelfo, slealmente. Ma quel messaggio inviato da Anversa ai confratelli di Londra si era smarrito nel viaggio, chiss come, e Filelfo aveva fatto perdere le sue tracce; e ora dopo trentacinque anni... Nel documento si
aggiungeva per che insieme ai diamanti il giovane Arrivabene si era impadronito anche di un oggetto lasciato a Londra da un celebre personaggio ritenuto (a ragione o a torto, non tocca a noi stabilirlo) uno dei rosacrociani pi celebri del passato, nientemeno che Beniamino Franklin.
Questi possedeva a Londra una casa posta in una delle pi vecchie strade della citt, Craven Street, al numero 36, e qui aveva abitato per quasi venti anni, fino al 1775, nella sua veste di mediatore tra le istanze libertarie delle colonie americane e le insofferenze della corona inglese per quei sudditi indisciplinati.
A pochi passi dalla casa di Franklin c'era (e continua a esserci) una delle pi datate stazioni londinesi della strada ferrata, Charing Cross, davanti alla quale un re inglese circa sei secoli prima aveva fatto erigere un monumento funebre per sua moglie, Eleonora di Castiglia. Ovviamente a quel tempo la stazione non c'era, ma la citt gi si stava espandendo e l era stato costruito un albergo. Il ricco mausoleo con il passare del tempo era andato in rovina e aveva lasciato il posto a un manufatto pi semplice, una grande croce. Nel piedistallo su cui si sorreggeva qualcuno aveva scolpito un pellicano che si strappa dal petto con il becco pezzi di carne e un giglio. Le gocce di sangue cadono sul fiore e compongono una rosa, presumibilmente rossa. Anche questi costituivano simboli disseminati per la citt apparentemente a caso, ma utili, almeno nelle considerazioni dell'anonimo scultore o del suo committente, per rinsaldare il legame tra adepti rosacrociani spesso sconosciuti fra loro.
Nella casa di Beniamino Franklin era stato costituito in quegli anni un circolo esclusivo denominato Hellfire Club. L'appellativo non lasciava adito a dubbi, c'entravano l'inferno e le fiamme; denunciava dunque il suo programma, basato su indecifrabili esperimenti esoterici e spiritistici condotti dagli adepti. Sottovoce si mormorava che vi si tenessero anche riti meno leciti, di stampo satanista, ma nessuno si azzardava a impicciarsi pi di tanto. Dopo la morte di Franklin nel 1790 quel luogo era stato trasformato in un centro di ricerca scientifica, oltre che costituire un museo dove raccogliere oggetti, libri, strumenti scientifici appartenuti al padrone di casa. Uomini di cultura e scienziati
lo frequentavano per scambiarsi opinioni ed esperienze; e anche per ammirare le collezioni pi diverse depositate in grandi armadi precariamente serrati. Fra questi, c'era Filelfo Arrivabene e per un limitato periodo anche Temistocle Solera, supposti confratelli rosacrociani.
Il messaggio decriptato aveva rivelato a Rosenkreuz come dalla casa di Franklin fosse dunque scomparso un prezioso documento, dal valore simbolico inestimabile. Il patriota statunitense aveva redatto di suo pugno una copia della Dichiarazione d'indipendenza americana del 1776 e l'aveva portata con s in uno degli ultimi viaggi compiuti in Inghilterra, lasciandola poi nella sua casa londinese. Ebbene, se la scomparsa di alcuni diamanti inviati da Anversa
poteva essere considerato un infortunio dalle conseguenze ormai sfumate (i soldi, o i preziosi possono essere agevolmente sostituiti con altri beni d'identico valore), non era possibile comportarsi allo stesso modo per il furto (la parola appropriata era questa) di un documento storico, insostituibile, di tale importanza. Il nome scritto in chiaro costituiva un'accusa lampante: Filelfo si era approfittato della familiarit con la quale era stato accolto in casa Franklin, tra i rosacrociani che tacitamente si consideravano figli dello stesso credo, per compiere un'azione definibile in un solo modo: sacrilega. E questo comportamento non poteva essere perdonato, nemmeno se fosse trascorso un secolo.
Le parole ripercorrevano in qualche modo tutto l'episodio della sparizione dei diamanti e soprattutto denunciavano il comportamento abietto di Filelfo, sollecito ad approfittare della fiducia riposta dai confratelli nella sua correttezza. Dietro al furto si supponeva la presenza di un mandante, magari un collezionista pronto a sborsare somme rilevanti per assicurarsi il documento. Il nome di Beniamino Franklin come autore di quella copia ne decuplicava il valore e relegava eventuali scrupoli di coscienza del malfattore in fondo a un cassetto, dimenticati.
Rosenkreuz medit sulle prossime mosse da compiere. Arrivabene
forse non ne era venuto a conoscenza, e chiss se le malefatte di un tempo ancora trovavano posto nei suoi ricordi. Solera gli aveva parlato, inutilmente a quanto pareva; poi aveva intrattenuto contatti con il Maestro Verdi per cedergli quella specie di appassionato racconto d'amore. Il messaggio,
incomprensibile finch non fosse stato decriptato, non valeva la carta su cui era scritto: e solo lui grazie al libro ereditato ne aveva potuto comprendere il significato e dare un senso a tutta la storia. Ora bisognava chiudere il cerchio su Filelfo e fargli scontare il fio dei misfatti compiuti. I diamanti erano per certo stati trasformati in denaro e ormai non era pensabile recuperarli, ma bisognava agire subito perch la refurtiva pi pregevole tornasse nella casa comune, a testimonianza della continuit della tradizione rosacrociana. Ammesso che fosse ancora nella disponibilit di Arrivabene. Era ormai la tarda mattinata, e Rosenkreuz cominciava ad accusare la stanchezza. La tensione nervosa, molto pi dell'affaticamento fisico, gli annebbiava la vista. Si affacci sulla terrazza in cerca di un po' d'aria ristoratrice. Intorno alla sua villetta si era svegliata la natura con un concerto di uccelli librati in volo. A pochi passi di distanza, una fonte sgorgava dalla roccia e s'infilava spumando in mezzo ai sassi per sparire pi oltre, nel verde del sottobosco. Tutto il mondo inneggiava al suo Creatore, ma lui era obbligato a sporcarsi con le miserie degli uomini, ordinare trappole, seguire piste, uccidere perfino... Era stanco, e non solo dopo quella nottata di studio e attenzione. Gli anni (ma quanti erano? Nemmeno lui conosceva la sua et!) pesavano come macigni. Eppure doveva andare avanti, la sua missione non poteva dirsi conclusa. Doveva ancora trovare l'allievo prescelto, quello che avrebbe preso il suo posto, consentendogli di terminare in pace la sua vita terrena. Le forze gli mancarono all'improvviso e piomb in un sonno profondo l, sulla terrazza. Non poteva sapere che il caso, o il destino, stava proprio in quei momenti tirando le fila e chiudeva una parte della storia.


Capitolo 16.
Un ritrovamento inaspettato.

Viola era nata in primavera in un paesetto piemontese, vicino a Torino. La carovana era rientrata in Italia da circa un mese dopo il lungo periodo trascorso in Inghilterra e dopo aver attraversato quasi a tappe forzate tutta la Francia. Molti di loro non ne potevano pi di girovagare da cos tanto tempo per un tozzo di pane, e poco altro, spesso esposti ai capricci di un clima tanto instabile da giustificare la riluttanza degli italiani a trasferirsi in quei paesi nordici. Ora finalmente erano tornati a casa. Anche Margherita, che non era mai stata nel paese d'origine dei suoi genitori, sembrava riacquistare spirito e salute in mezzo alla nostra gente; quando ha partorito la sua bambina in un pomeriggio di fine aprile ha voluto chiamarla Viola. Da subito  apparsa come un fiore, profumato e delicato al tempo stesso. Viscardello nel suo perenne giro notturno dopo lo spettacolo ripercorreva i vari momenti di quell'anno cruciale; la permanenza in Inghilterra era stata lunga e poco redditizia, ma l si era unita a loro Margherita e, dopo, era nata Viola.
Il gioco, a ben vedere, era valso la candela perch la piccola comunit di commedianti e istrioni, fino ad allora quasi costretta alla convivenza, aveva trovato in quei due esseri fragili una ragione per rinsaldare i vincoli stretti tra loro da anni. Erano tutti diventati genitori, fratelli o sorelle di quella madre e di quella figlia. Ma Viscardello non aveva voglia di soffermarsi su questo aspetto della vicenda. Altri erano i ricordi importanti di quel periodo.
Pochi giorni prima di partire dall'Inghilterra il caso aveva apportato ancora una novit sorprendente e decisiva nella vita degli artisti girovaghi. Mentre sostavano nella periferia di Londra in attesa d'imbarcarsi erano rimasti coinvolti, loro malgrado, in uno scontro cruento tra Scotland Yard e alcuni banditi. I malintenzionati, tre o quattro, avevano alla fine avuto la peggio, due erano rimasti uccisi e un altro paio erano stati arrestati. Uno di loro aveva cercato rifugio nascondendosi tra le carovane, arrampicandosi sui carri, saltando per ogni dove in cerca di una via di fuga, ma alla fine era stato acciuffato e condotto via. Nella disperata ricerca di scampare all'arresto, e magari alla forca, considerata la loro reazione a suon di pistolettate, l'ultimo uomo aveva perduto (o forse si era liberato volontariamente) di una borsa, rimasta sotto la ruota di un carro e nascosta alla vista. Dentro, facevano capolino qualche sterlina e un plico di fogli arrotolati e chiusi con un laccio.
Osmondo se nera accorto per primo mentre sistemava alla bell'e meglio con altri uomini i carri scoperchiati e le suppellettili rovesciate; aveva in fretta raccolto la sacca e ne aveva verificato il contenuto. Il denaro avrebbe contribuito ad aggiustare i danni, aveva sentenziato, mentre le carte non parevano
avere valore, si trattava di una mezza dozzina di fogli scritti con grafia rotonda. Osmondo fu tentato di disfarsene su due piedi, cosa poteva conservare d'importante un manigoldo ricercato dalla polizia? Di sicuro niente che interessasse a brave persone timorate delle autorit (e, qualcuna, anche di Dio), non troppo amanti della lettura, anzi quasi tutte decisamente illetterate, per le quali districarsi in uno scritto vergato a mano sarebbe risultata impresa ardua. Non per Viscardello per, il quale ricordava bene di aver quasi strappato di mano a Osmondo i fogli stropicciati e di averli letti velocemente. Non dovremo commentare oltre le vicende di quel giorno, perch il lettore avr gi capito che si trattava (caso davvero incredibile!) di quella specie di confessione in extremis stilata da Margherita in casa dell'amica corista e infilata in un tomo scelto a caso (una fortuna non bendata, a ben vedere) e in seguito rinvenuta da Arrivabene. E l'arrestato da Scotland Yard non poteva che essere uno dei manigoldi assalitori dell'inerme Filelfo, fuori dalla Library, chiss perch ancora in possesso dei fogli sottratti, che addirittura si portava dietro insieme al denaro! Forse in lui si nascondeva un'anima romantica, che dopo ogni furto, omicidio o rapina si mondava dalle malefatte immergendosi nel lavacro dell'amore struggente... o pi probabilmente perch non li aveva ancora letti e aspettava qualcuno che gli chiarisse se valeva la pena di conservarli ancora o di stracciarli. C'era poi quella pagina finale, tutta numeri, ancora meno comprensibile, e dunque era meglio non affrettarsi a buttarli via, il peso di quella carta era minimo.
Viscardello allora ne aveva parlato con gli altri, colpito dall'angoscia che trapelava dalle parole crude e appassionate; e Margherita immobile sul suo carro aveva ascoltato, e dentro di s si era gi persuasa, senza bisogno di leggere, di scoprire... dunque la sua ultima lettera l'aveva seguita, incredibilmente! Azul si accorse del turbamento della donna sofferente, ma non poteva collegare il suo tormento con le pagine ora fra le mani del gobbo; cos le port dell'aceto per alleviare le pene del corpo.
Margherita sopravvisse solo tre settimane al parto. In questo tempo, tra la febbre alta e il delirio, ebbe modo di raccontare ancora di s, la sua storia, il suo amore perduto, quel giovane musicista gi famoso, i suoi dubbi, la tosse e il sangue compagni implacabili. E poi l'incontro con Solera, la proposta di quell'uomo strano, sopra la carrozza, soltanto pochi mesi prima, la sua decisione di nascondersi, e la lettera scritta come in punto di morte. Piangeva stringendo a s Viola, e si raccomandava a loro, perch non l'abbandonassero tra i figli di nessuno, magari dentro la ruota di un convento, la tenessero per figlia, Azul sorella maggiore per indicarle le erbe miracolose e ammaestrarla nel predire il futuro, Osmondo per insegnarle a cavalcare, Viscardello per farle imparare e amare la poesia.
La seppellirono nel piccolo cimitero di un paese del Piemonte chiamato Lu, sulla collina. Un nome breve come la sua vita. Il gobbo aveva recitato il laico sermone funebre con le parole del poeta:
Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi il fior degli anni tuoi....
Avevano deciso di tenere la bambina, farla crescere con loro, e poi, forse, raccontarle di suo padre. Erano cos trascorsi gli anni, pi di trenta, sempre in giro con i loro carri a divertire la gente. Leggevano e sentivano mirabilie di lui, di Giuseppe Verdi, dei suoi successi, della vita privata con la moglie Giuseppina, dei suoi viaggi per il mondo, in Russia, in Egitto, a Parigi, delle opere piene di passione e di sentimenti contrastanti. Un uomo attaccato alla terra, ma capace di innalzare la sua voce fino alle vette intangibili dell'arte. Ma un uomo senza figli.
Viola era diventata una ragazza e poi una donna, ma il male sottile di sua madre era penetrato anche nel suo respiro come un'eredit implacabile. Viscardello ricordava la disperazione provata quando la sentiva tossire e non poteva fare niente per aiutarla. Azul aveva aggiornato la sua scarna farmacopea e sostituito l'aceto somministrato a Margherita con l'olio di fegato di merluzzo, un cucchiaio la mattina e uno la sera. I medici tiravano a indovinare circa i rimedi alle malattie pi letali: l'olio del merluzzo aveva un buon successo contro la tigna e gli ingorghi dei gangli cervicali, perch non avrebbe dovuto essere efficace anche contro gli ingorghi tubercolari del polmone? Il problema era procurarselo, le botteghe degli speziali non si trovavano in ogni paese e spesso anche quelle aperte ne erano prive: cos Azul si raccomandava ai medici che incontrava e la sua insistenza era quasi sempre premiata. I compiti di Viola nel caravanserraglio pieno di atleti forzuti e di acrobati non potevano per che essere diversi, considerate le sue condizioni fisiche. Cos con l'andare del tempo e frequentando qualche maestro ben disposto nei paesi che attraversavano, lei si impratich nel tenere i conti e registrare i contratti, nello scrivere lettere e nel redigere una specie di libro giornale, dove appuntava tutti i fatti della loro piccola comunit.
Viscardello la considerava davvero come una figlia, e lei si era affezionata a lui, solo e scombinato, pi che agli altri compagni. Il gobbo le dedicava delle poesie durante le sue peregrinazioni, e pregava il cielo di non essere costretto a compiere, per lei, lo stesso pietoso ufficio funebre celebrato per sua madre. Ma ora doveva smetterla di ricordare il passato, bisognava tornare con i piedi per terra, e occuparsi del presente, della lettera scomparsa e di come coinvolgere
il Maestro nelle vicende di tanti anni prima. Fargli vedere Viola, cos simile a sua madre, e toccare in questo modo le sue corde pi intime... ma sarebbe bastato? Torn nello spiazzo dove era accampata la carovana. Ma non trov Viola. Nessuno sapeva dove fosse andata e lui ebbe un presentimento angosciante.
Viola non era riuscita a resistere oltre. Era stanca, e non solo per il respiro che le si mozzava in gola sempre pi spesso. Le attenzioni e le premure dei suoi compagni non le bastavano pi, in qualche occasione diventavano quasi insopportabili. Desiderava con tutte le sue fibre conoscere suo padre; sperava che il legame di sangue non fosse sopito, e che nel vederla lui l'avrebbe presa tra le braccia e baciata leggermente sui capelli, con il tocco delicato del genitore premuroso verso un figlio. Cos aveva afferrato uno scialle per coprirsi la testa, se l'era stretto forte sul petto e si era incamminata verso l'albergo dove era alloggiato suo padre.
Era oltre la met di un pomeriggio di fine giugno con uno strano cielo giallo, di una luce torbida, malata. La natura preparava la scena dell'apocalisse e nascondeva il chiarore delle belle giornate estive. Un caldo spossante frantumava la terra, ma al tempo stesso lasciava presagire il temporale, con fulmini guizzanti sull'orizzonte. Viola si premeva il fazzoletto sulle labbra mentre camminava, fragile cortina contro l'aria polverosa: ma le faceva male il petto e i polmoni faticavano ad aprirsi. Dovette per questo fermarsi sotto un albero del gran viale e riprendere fiato. Un merlo fece allora un giro intorno a lei, le fischi un richiamo, e si mise a beccare una castagna mezza schiacciata sul selciato da una carrozza, con l'impegno dell'affamato. Lei lo guard invidiosa della sua povera cena, e della leggerezza nel volo. Quando lo vide staccarsi dall'albero, riprese la sua strada.
Nella piazza di fronte alla chiesa sostavano un paio di vetture in attesa di clienti. I cavalli infilavano intanto il muso nella conca piena d'acqua, sotto la fontana che sgocciolava piano. Qualche donnetta usciva dalla messa vespertina scendendo la scalinata verso le logge del mercato, forse per comprare verdura o frutta. Da una fiaschetteria sotto le volte si levavano voci ovattate che improvvisamente acquistavano intensit sonora negli alterchi degli avventori. In alto, sopra le logge, si stagliava l'insegna di un orologiaio, riparazioni pronta consegna: ma non pareva che quello fosse un posto nel quale tener conto del tempo, il pomeriggio sotto
il cielo giallo era come sospeso, anch'esso in attesa. Viola si sofferm a guardare i cavalli abbeverarsi, con le froge dilatate in cerca d'aria, come lei. Un sacco sul retro della carrozza raccoglieva lo sterco, una buona abitudine per cercare di mantenere pulite le strade. Viola avvert l'odore, acuto e selvatico, e immagin di essere un cavallo e di bere anche lei dalla conca.
La locanda era ormai l, di fronte a lei. Davanti all'ingresso, la solita fioraia aspettava l'uscita degli ospiti per offrire la sua merce. Era senza cappello, not Viola, lo teneva sotto il braccio insieme al paniere. Aveva i capelli tirati su e appuntati sui lati per scoprire il viso, pens che stesse bene cos, e patisse meno il caldo. Quando si avvicin al grande sporto esterno, la ragazza le sorrise e senza una parola le porse un fiore. Un fiore reciso, pens ancora Viola. Perch doveva pensare a quell'umile gesto di bont e a quei piccoli petali rosa senza speranza? Perch non pensava a suo padre ora, a cosa era venuta a fare, a cosa avrebbe detto, se la voce avesse retto l'emozione? Pens che quel fiore era come lei, senza speranza. Gli angoli della bocca le si piegarono, ma accett egualmente il dono, riconoscente.
Con il fiore in mano si avvi alla fine verso l'entrata della locanda. All'improvviso la porta si apr e ne usc un uomo grande e grosso che faceva strada ad altre persone in fila indiana. Subito dietro c'era un giovane robusto con bei baffi all'ins, quindi due signore piccole e imbacuccate neanche fosse gennaio; infine, un signore distinto vestito di nero a doppiopetto, con un cappello alla Carbonara e una bella barba bianca. Viola lo riconobbe, era Giuseppe Verdi... suo padre! L'incontro inaspettato la sorprese e il fiato non le arriv in gola, apr la bocca senza emettere suoni. Il gruppetto le sfil davanti mentre il giovane robusto magnificava
le propriet di una grotta poco distante, dovevano provarla a tutti i costi, stava dicendo. Salirono sulla vettura condotta da Masino, arrivata davanti alla locanda nel frattempo. Il fiaccheraio schiocc la frusta in aria e il cavallo si avvi verso la provinciale per Monsummano. Nessuno si accorse di lei, e per un breve istante pens di essere diventata invisibile. Viola segu per un po' la carrozza con lo sguardo, finch non rimase un punto lontano in fondo al viale. Si sent mancare come se la forza di volont, che fino a allora l'aveva sorretta, fosse venuta meno in un attimo. Il cielo di piombo le cadde addosso e svenne l, in mezzo alla strada. La fioraia si mise una mano sulla bocca per non gridare; ma il grido le usc egualmente, e parve il trillo di una fata alle prese con qualcosa di meraviglioso, una trasformazione proprio l, davanti ai suoi occhi. La fanciulla minuta e macilenta vittima di un incantesimo, fulminata da una divinit invidiosa, pronta per a risorgere come nelle fiabe. Chi le aveva offerto la mela avvelenata, e come le avrebbero procurato l'antidoto? La fioraia guard i cavalli distolti dall'abbeveratoio per quel trambusto, poi Galimberto, il Maestro di Casa della Locanda Maggiore; l'omone grande e grosso copr Viola con la sua ombra, le tocc la fronte diventata ghiaccia. Poi la sollev delicatamente come una piuma e rientr nella frescura dell'albergo. La fioraia si rimise il cappello e s'incammin verso gli stabilimenti termali per trovare nuovi compratori della sua mercanzia.
Anche Azul si era accorta della sparizione di Viola. Non era nemmeno giusto parlare di scomparsa, perch la ragazza non doveva sottostare a un particolare regime di controlli, anzi era vero il contrario: a tutti faceva piacere che lei riuscisse a sbrigarsela da sola, a camminare svagandosi, magari respirando un'aria pi salubre di quella pesante della loro carovana. Ma la situazione attuale richiedeva una qualche accortezza e precauzione. Azul sapeva dell'impazienza di Viola. Solo con molte insistenze erano riusciti (specialmente per i buoni uffici di Viscardello) a trattenerla, a convincerla a percorrere una strada pi giudiziosa che coinvolgeva Temistocle Solera e la lettera da far conoscere a Verdi. Ma ora Solera era morto, e in quel modo orrendo, la lettera sparita chiss dove, il Maestro ignaro di lei, e quasi sicuramente maldisposto verso gente nuova che gli girasse intorno a raccontargli del passato, della giovent, di una figlia... Azul era inquieta, e non poteva rimanere inerte. Cos pens di mettersi anche lei a cercare la ragazza; ma non si comport come Viscardello sguinzagliato nel bosco, sulla vicina collina verso il vecchio paese, con il timore di trovarla gi da un dirupo. Lei ragion da donna, che nonostante agli altri predicesse il futuro e la fortuna leggendoli sulle linee della mano o sulle carte, basava i suoi comportamenti sul raziocinio: e cosa avrebbe fatto nei panni di Viola? Avrebbe, alla fine, cercato suo padre perch la riconoscesse, ma non sapeva come...forse ascoltando la voce del sangue, o per la somiglianza con la madre, Margherita, o forse perch anche lui desiderava avere un figlio. S, bisognava cercarla dov'era suo padre, il Maestro Verdi, all'albergo, per prima cosa e poi... Azul si sent sollevata dall'aver preso la decisione. Usc dal suo carro e imbocc la via pi breve per la piazza del paese, passando attraverso i campi.
Quasi al termine dello stradello, incontr la fioraia che poco prima aveva assistito al malore di Viola.
La ragazza la guard e la riconobbe per una conoscente della donna svenuta, perch le aveva viste insieme una sera che si era fermata fuori dal teatro a vendere i suoi fiori agli spettatori. Cos le raccont quello che era successo, lei che arrivava sulla piazza, la piccola comitiva proveniente dall'albergo e in partenza su una carrozza, lo svenimento (almeno cos pensava, cio che il mancamento fosse stato causato da obnubilamento del sensorio, come avrebbero detto i sofistici con i loro paroloni) improvviso, e infine quell'uomo robusto che l'aveva alzata come un fuscello e trasportata dentro la locanda. Le raccont anche della sensazione provata, cio che la ragazza avrebbe voluto fermare l'uomo uscito dall'albergo (non aveva riconosciuto Giuseppe Verdi, e questa ignoranza incredibile non deponeva a favore della sua passione per la musica), ma non lo aveva fatto. Aveva la faccia gialla, aggiunse, gli occhi smorti, si torceva le mani e insomma mostrava i segni di un malessere diffuso.
Azul non ascolt oltre; velocemente arriv nella piazza e si trov davanti alla Locanda Maggiore. Nessuna esitazione, nemmeno l'aspetto trasandato e sporco la condizion: con mossa decisa spalanc la porta d'ingresso ed entr nella hall. Galimberto ebbe soltanto un moto iniziale di stupore; poi la squadr da capo a piedi, i capelli impastati di sudore, braccia e gambe incrostate di fango: ma non la cacci in malo modo come forse avrebbe fatto in un'altra occasione. Una vocina interna gli suggeriva di lasciar entrare quella specie di ecce homo (termine asessuato, riteniamo, buono anche per una donna), di certo collegata in qualche modo alla ragazza svenuta poco prima. Cos lei non ebbe bisogno di dire niente, n lui di chiedere: con un gesto della mano le indic la strada e la guid in un salotto vicino, piccolo e appartato.
Viola era sdraiata su un canap con la camicetta slacciata sulla gola e una pezza umida sulla fronte. Teneva gli occhi chiusi e pareva soffrisse perch si mordicchiava le labbra, come se una spilla la pungesse di quando in quando provocandole delle ftte. Vicino a lei era chino un signore attempato e distinto seduto su una sedia, con capelli candidi e baffi curati. Ai suoi piedi era appoggiata una borsa tipo quelle dei medici; non si accorse nemmeno del loro arrivo, perch le stava tenendo una mano con delicatezza e le tastava cos il polso.
- Professor Fedeli, - disse Galimberto - come sta la ragazza?
- Questa... ehm, "signora", credo sia una sua conoscente e forse vorrebbe avere qualche notizia in merito alla sua salute... pensa che stia per riprendersi, che possa camminare e tornare a casa?
Il professor Fedeli, cattedratico per la scienza e senatore per il prestigio, zitt Galimberto con un cenno della testa e continu la visita auscultando la giovane. Azul non si era fatta avanti, stranamente timorosa di quell'uomo austero; si rendeva conto che stava facendo il possibile per curare Viola e allora... Passarono altri minuti che parvero interminabili. Il professore aveva fatto girare Viola sulla schiena e le aveva sentito i polmoni. Quando si alz alla fine della visita, guard Azul e poi Galimberto con una faccia che non
faceva presagire nulla di buono. Infine si rivolse al Maestro di Casa:
- Questa ragazza da molto tempo avrebbe avuto bisogno di vere cure, di aria salubre, di montagna, e di cibo appropriato. Le ho dato qualcosa per abbassare la febbre, ma non so quanto durer l'effetto... A questo punto mi sembra che possiate solo confortarla, farla stare meglio con qualche comodit, nutrirla convenientemente... Galimberto, credo che dobbiate tenerla qui, presso di voi, parler io con Napoleone Melani e gli esporr la situazione. Potreste sistemarla in una cameretta della servit, quelle aerate, in alto, esposte al sole, ma non troppo calde, vedete di fare meglio che potete. D'altra parte, temo che il suo benessere e il vostro sopportabile disagio saranno brevi...
Galimberto abbass la testa, come per annuire. Alla fine del salmo, si canta il Gloria, pens con uno dei suoi adagi buoni per tutte le circostanze. Proprio ora, con l'albergo pieno di gente, al colmo della stagione, il principe Poniatowski, la marchesa Gravina, la contessa Piccolomini con la figlia, il marchese Alfieri di Sostegno, il generale Corvetto, il console Finzi, l'arcivescovo Sthoner, la baronessa Watheville... e poi il Maestro Verdi con la moglie, e la signora Stolz! Mentalmente comput le presenze, a oggi erano
centoquattordici, e bisognava pensare a tutti, occuparsi dei camerieri e dei cuochi, del troppo caldo o della troppa pioggia, delle strade polverose o delle strade impantanate, come se tutto dipendesse da lui, anche il clima. Ma questa sarebbe stata un'opera di misericordia, forse se la sarebbe accollata anche suo padre perch il bene fatto ci torna indietro cento volte tanto, e allora una cameretta si sarebbe trovata, e qualcuno che si occupasse della ragazza, forse proprio quella donna spaurita l davanti a lui.
Azul era rimasta senza parole. Non credeva che le condizioni di Viola fossero cos gravi, nessuno di loro lo pensava. I suoi intrugli empirici parevano giovarle, anche se la tosse non l'abbandonava mai. Si avvicin al canap dove giaceva e le prese una mano. Stavolta la ragazza reag, apr gli occhi e si guard intorno per la prima volta da ore. Non era sul suo povero carro, con le povere piccole cose di tutti i giorni. Si sentiva leggera, come se si fosse liberata del corpo e si concentrasse tutto negli occhi, solo occhi per guardare il bello che la circondava. Azul cerc con tutte le sue forze di non piangere, anzi di sorridere. Le sorrise per prima Viola, dopo tanto tempo che non lo faceva, e anche lei si acquiet. Poi le cambi la pezza bagnata sulla fronte con gesti lenti, cauti, finch Viola si addorment con il respiro regolare delle sue giornate buone.


Capitolo 17.
L'incontro.

Masino il fiaccheraio era particolarmente euforico quel pomeriggio. La sera prima, nella sua rustica casa posta sulle pendici del poggio delle Panteraie, verso il vecchio castello di Montecatini, gli era nato il quarto figlio. Tutti maschi, per l'orgoglio del padre e la rassegnata disperazione della madre, che gi si vedeva sommersa dal lavoro immane delle donne con la casa piena di uomini da contentare. Masino invece cominciava a fare i conti, e prevedeva di aumentare ancora di pi la sua pattuglia per mettere su, a tempo debito, una compagnia di trasporti con cinque, sei vetture e incassi conseguenti.
Sprizzava cos tanta allegria da volerla trasmettere al suo morello: e non sapendolo fare in modo diverso lo stuzzicava con lievi tocchi di frusta, senza affondare i colpi per, come per dirgli:
- Facciamo presto, figliolo, che voglio vedere il mi' bimbo ciucciare dalla puppa della mamma... per diventare bello grosso come i su' fratelli, e tutti fiaccherai!
Il morello, che lui considerava dunque come un altro dei
suoi figlioli, partecipava alla felicit del padrone scrollando il muso e la criniera, anche se avrebbe volentieri rinunciato alle carezze della frusta: ma a un genitore di nuovo conio si poteva perdonare questo e altro. L'andatura della vettura rifletteva dunque tutta questa euforia, e al diavolo le buche della provinciale e le curve secche della Pieve a Nievole, quando la strada piegava verso Monsummano! Il sor Maestro avrebbe compreso, e le due signore si sarebbero adeguate, senn potevano scendere e farsi una passeggiata... e Napoleone strozzato sotto il fiocchino a papillon poteva reggersi al finestrino mentre la vettura ballava la quadriglia; e poi che c'era venuto a fare, quell'omone con i baffi, ad appesantire il carico con la sua stazza, ad ammazzare di fatica il povero morello che sbuffava dallo sforzo!
Cos, quando il convoglio s'arrest sferragliando in una nube
di polvere davanti all'albergo della grotta monsummanese, i passeggeri scesero veloci, e le signore si fecero il segno della croce per lo scampato pericolo. Il Maestro Verdi non se nera dato per inteso: pareva immerso nei suoi pensieri, o chiss forse durante il viaggio aveva captato qualche suono e ora lo stava registrando nella mente per partorire poi una delle sue melodie.
All'interno della grotta per praticare la cura intendevano scendere solo la signora Verdi e la signora Stolz; cos, mentre loro si cambiavano e si preparavano dentro l'albergo indossando un grande telo come un peplo, Verdi e Napoleone Melani si misero a passeggiare nel parco antistante. Pochi minuti pi tardi l'albergatore venne chiamato per una questione amministrativa e il Maestro rimase da solo in un vialetto
ghiaioso che scendeva verso una fontana con un putto di pietra serena in mezzo. Verdi non poteva fare a meno di pensare ancora al documento scomparso e a come gli sarebbe piaciuto conoscerne il contenuto. La memoria di quel periodo era stata oscurata in buona parte dalle tante vicende della vita, ma un posticino lo trovava ancora nei ricordi: quando chiudeva gli occhi gli capitava di rivedere quella ragazza incontrata a Londra, di rivivere i giorni appassionati del loro amore; e allora lo pervadeva una nostalgia sottile per quel tempo, che coincideva con il rimpianto dell'et, delle cose vissute e amate e ormai irripetibili.
Si sedette vicino alla fontana su una panca di pietra. A una diecina di passi di fronte a lui, in mezzo al sentiero proveniente da un boschetto di cerri, vide un uomo immobile che stava guardando nella sua direzione. Lo sconosciuto (cos almeno parve a Verdi) teneva la testa piegata da una parte come a soppesare le mosse da compiere. Non sembrava proprio uno dei soliti ammiratori che gli facevano la posta per esprimergli tutta la loro ammirazione e raccontargli di aver visto a teatro tutto il suo repertorio (il Maestro non considerava un merito l'eccessiva devozione nei suoi confronti, qualche sua opera giovanile a risentirla ora gli dava l'uggia). L'uomo infine si mosse verso di lui e cos lo vide meglio senza riuscire a stabilirne l'et: poteva avere trenta
o sessanta anni, una massa di capelli di colore indefinito con folte basette e occhi azzurri con piccole rughe; in mano teneva dei fogli aperti quasi avesse intenzione di leggerli, o forse di consegnarglieli. Lo consider subito uno straniero per la foggia dell'abito, ma anche perch teneva le labbra strette, mentre la bocca degli italiani (il Maestro l'aveva verificato in molteplici circostanze) era sempre atteggiata alla discussione, magari solo alla chiacchierata, e mostravano cos i denti senza intenzioni bellicose, per, ma per ospitalit e gentilezza.
Allora questo  il famoso Giuseppe Verdi, che qualcuno chiama il cigno di Busseto, come se fosse un complimento! Si rivolse quindi al compositore con il suo fluido italiano, perfezionato negli anni trascorsi a Roma, quindi a Napoli, per ultimo a Pisa e a Firenze. Una padronanza della lingua che gli consentiva di leggere la Divina Commedia con le parole di Dante e di scrivere lunghe lettere ai suoi corrispondenti sparsi per tutta la penisola.
- Io vi conosco gi, Maestro, anche se non ci siamo mai incontrati prima... nessun uomo degno di questo nome pu negare di aver scoperto molta parte di s nella vostra musica, nelle vostre trame... Io non sono solo un vostro ammiratore, penso ne abbiate a migliaia e che quasi vi infastidiscano quando vi incensano come un santo sull'altare, so che siete restio a concedervi alle bramosie del pubblico...
io ho imparato a convivere con le mie debolezze e a cercare di emendarmi, ascoltandovi...cos ora ho deciso di fare qualcosa io per voi, se me lo permetterete...
Verdi non si aspettava d'incontrare un cos fervido appassionato della sua musica in quell'angolo sperduto di mondo, in fondo a un giardino di un paese di provincia. Ma soprattutto non riusciva a realizzare cosa avrebbe potuto dirgli o fare, un perfetto sconosciuto, per di pi straniero.
Lo invit cos a proseguire con un gesto della mano e un accenno di sorriso condiscendente. Rosenkreuz era felice di avere l'occasione di intrattenersi qualche minuto con il Maestro. Verdi avrebbe scoperto da s la storia nascosta nei fogli che teneva stretti: cos non insistette oltre, ma si limit a porgergli il plico e attendere che lo prendesse. Verdi esit solo un attimo perch non era avvezzo a gesti di liberalit disinteressata: quando qualcuno lo avvicinava, spesso c'era dietro un secondo fine, una richiesta, oppure, e questo non
lo sopportava, una raccomandazione. Non pareva questo il caso: e poi in un angolo gi in fondo nel suo animo faceva capolino l'idea che quei fogli avessero a che fare con l'offerta di qualche giorno prima da parte di Solera, e riguardassero dunque un lontano e tormentato periodo della sua vita. Consegnato il documento, Rosenkreuz consider concluso
il suo compito e non si sofferm pi a lungo. Con un breve inchino salut Verdi e scomparve velocemente ripercorrendo a ritroso il vialetto ghiaioso, in direzione della sua villetta che distava solo poche centinaia di metri. Doveva occuparsi di un altro affare, adesso, per lui enormemente pi importante. L'antico e infedele confratello avrebbe presto ricevuto sue notizie.
Verdi si sedette di nuovo sulla panca di pietra e cominci dunque a leggere. A noi che gi conosciamo il contenuto dei fogli scritti da Margherita non servir soffermarsi ulteriormente sul momento intimo del Maestro. Gli lasceremo cos qualche minuto per terminare la lettura e dopo, per valutare l'effetto di quelle parole sul suo animo, potremo osservarlo in volto e rivivere con lui, nelle espressioni mutevoli degli occhi, la marea di sentimenti e di ricordi che lo pervaderanno. La stessa grafia appena intravista commosse Verdi e gli fece balenare davanti la minuta ragazza che aveva amato tanti anni prima. Rivisse nelle parole di lei il tempo di Londra, i parchi dove stavano sdraiati per ore insieme e il lungo fiume dove passeggiavano, la stanza del loro amore, il teatro, ma anche le inquietudini, le paure e l'ansia, la malattia latente e gli uomini scellerati, per primo Temistocle, l'antico amico, diventato complice corrotto di un altro diabolico e sconosciuto attore. E per ultimo il fiume, la fine di tutto. Verdi si copr gli occhi mentre fra le ciglia spuntavano lacrime: non ricordava da quanto tempo non piangeva, forse addirittura dalla morte dei suoi figli e di sua moglie, la povera Margherita... lo stesso nome, lo stesso destino infame per entrambe! Anche la piccola Margherita morta, e in quel modo... ma ora era libera da ogni male, anche se lui era angosciato per non averla amata abbastanza, per non averla salvata da se stessa.
Le ultime parole del messaggio lo colpirono ancora pi a fondo: quante volte lei gli aveva detto che le pareva tutto un sogno e aveva paura di doversi svegliare l'indomani con le mani vuote; lui cercava di consolarla, di rassicurarla del suo amore, senza riuscirci... ora si accorgeva di non essere stato sincero, perch non avrebbe mai rinunciato alla sua vita, alla sua arte, e lei aveva la percezione della distanza tra di loro, incolmabile. Cos aveva deciso: toccava a lei sacrificarsi, uscire di scena, e lo aveva fatto in punta di piedi, scomparendo senza una parola. Ma ora le sue parole riemergevano dal buio del tempo, e il Maestro le stava rivivendo, impotente.
La voce di Giuseppina che lo chiamava lo ridest dal sogno. La sua fedele amica gli era giunta vicino e non ebbe bisogno di nessuna parola per comprendere. Le bast come sempre guardarlo in viso, accorgersi dei suoi occhi rossi di pianto: lui, forte come una roccia, impenetrabile alle miserie umane, ora affranto su una panchina di pietra, invecchiato di colpo. Vide i fogli piegati tra le mani e cap, come solo una donna innamorata sa fare. Ora toccava a lei prendersi cura del suo uomo, procurare un appoggio al suo equilibrio incerto.


Capitolo 18.
La tempesta.

Filelfo Arrivabene si era portato dietro una borsa n piccola n grande. Era una borsa di cuoio pregiato, prodotta in Inghilterra, la possedeva da un sacco di tempo e ci teneva gli oggetti necessari alla vita d'ogni giorno e anche altre cose per lui importanti. Il resto del bagaglio lo aveva lasciato nella locanda, con l'intesa che sarebbe passato a ritirarlo pi tardi. Chi lo avesse cercato poteva cos essere tratto in inganno e pensare a un prolungamento del suo soggiorno ai Bagni di Montecatini. Invece Filelfo era seduto in uno scompartimento del treno per Firenze delle 17,45, e aspettava ansiosamente il fischio della partenza. Guardava fuori dal finestrino il movimento sul marciapiede, i forestieri appena scesi con le valigie e quelli che stavano salendo sul convoglio salutati dagli altri ospiti: era ormai diventata una consuetudine delle localit termali accompagnare alla stazione gli amici in partenza, rinnovare gli auguri di buon viaggio e ribadire l'immancabile appuntamento per l'estate successiva. Il caldo era soffocante nonostante il sole cominciasse a declinare basso sull'orizzonte. Una calma innaturale
pervadeva l'aria, con un'assenza strana del pi piccolo refolo di vento. Gli uccelli tacevano rimpiattati chiss dove; un cane guaiva piano, come se piangesse.
Per Filelfo la decisione di uscire di scena era stata quasi obbligata, perch non gli passava davvero per l'anticamera del cervello di farsi travolgere dagli eventi, di qualunque sorte fossero. Rientrato nella sua locanda con la testa piena di dubbi, gli era bastata una semplice pausa di riflessione per aver chiaro quali dovevano essere le prossime mosse. Che poi non bisognava calarsi nei panni di un astrologo per prevedere cosa sarebbe successo di l a poco: la strana e per molti versi inspiegabile morte di Solera l'aveva scombussolato pi di quanto non avrebbe mai creduto. Non c'erano dubbi che c'entrasse quel maledetto plico, sparito dalla stanza, a seguito di quello che solo il Procuratore del Re riteneva non fosse stato un omicidio. Lui era stato sul punto di venirne in possesso, e ora, con il senno di poi, non sapeva se gli era convenuto rifiutare l'offerta fatta da Solera o sarebbe stato meglio accaparrarselo, magari per farne finalmente una bella fiammata!
Era tornato nella sua camera cercando di rendersi quasi invisibile, viaggiando lungo i muri con il bavero alzato a dispetto del caldo; aveva sobbalzato pi volte lungo la strada, per il grido di un vetturino o per uno sconosciuto sbucato da dietro un angolo all'improvviso. In definitiva, per, perch doveva pensare di essere in pericolo? Ricordava certo i suoi comportamenti ingannevoli di tanti anni prima. Gli affari cominciavano ad andare male, e quella manciata di diamanti erano stati per lui una vera manna. I fratelli rosacrociani, quei pochi conosciuti a Londra nel circolo presso la vecchia casa di Franklin, avevano fiducia in lui, e anche stima per i suoi interessi sulla storia inglese. Le porte erano cos tutte aperte e anche le confidenze. Gli era stato facile venire a conoscenza e poi intercettare la spedizione dei diamanti da Anversa senza che il suo nome venisse associato al furto. Anzi, per sviare le ricerche, gli era parsa una buona idea far sparire anche quel vecchio documento compilato da Beniamino Franklin dalla teca dove era conservato. Chi potevano incolpare del furto cos singolare di un attestato dal valore esclusivamente simbolico?
I fratelli avevano subito denunciato l'accaduto, ma le indagini, se c'erano state, non avevano sortito alcun effetto. La polizia era stata tenuta fuori, e anche la faccenda dei diamanti non era stata sbandierata ai quattro venti. Forse la loro provenienza non era cristallina, e non pareva opportuno che le autorit ficcassero il naso nei traffici della confraternita. Che pensava alla perfettibilit dell'essere umano, questo  certo, ma anche al benessere terreno come componente indispensabile dell'elevazione dello spirito. I santi appartenevano a un'altra categoria, i rosacrociani avevano mistiche croci e rose come simboli, ma lasciavano a spiriti pi eletti la ricerca della beatitudine celeste. Molti di loro si contentavano di trascorrere senza ristrettezze la breve vita terrena.
Dopo un po' di tempo Filelfo si era defilato dalla confraternita pur continuando ancora in qualche occasione a farsi vivo. Finch, circa un mese pi tardi, aveva saputo che da Anversa stava per arrivare un documento che avrebbe denunciato l'artefice delle malefatte e scoperto tutta la macchinazione.
Come ci fossero arrivati, e quali nomi svelasse, nessuno se lo immaginava, e meno che meno lui. Anche in questo caso era riuscito a intercettarlo prima che giungesse nelle mani dei rosacrociani; era criptato, per, e la sua debolezza era stata di non distruggerlo subito, ma di depositarlo presso una conoscente, una matura insegnante di piano, che aveva un debole per lui. Aveva cos evitato di tenerlo presso di s a scanso di richieste esplicite o addirittura perquisizioni. Voleva sapere cosa avessero scritto, con quali parole lo avessero definito, se manigoldo, profittatore, oppure abile simulatore, cio se provassero una specie di velata ammirazione per chi li aveva giocati con tanta divertita noncuranza. Era necessario perci individuare il codice per decriptare il messaggio, e l'operazione richiedeva tempo. Mai avrebbe pensato che proprio quella donnetta insignificante lo avrebbe tradito; ma gi, cosa ci si poteva aspettare da una zitella inacidita che si era messa in testa, alla sua et, chiss quali voglie!
Prima che sparisse lontano da Londra, la signora era stata costretta a rivelargli a chi aveva affidato il documento: e da allora Filelfo aveva provato a entrare in contatto con quella ragazza, Margherita, con l'aiuto di Temistocle Solera, che aveva accesso al teatro e poteva fornirgli informazioni. Arrivabene si era anche industriato a intorbidare le acque inondando di segnali indecifrabili la scena della vicenda. Il Maestro Verdi ci si era imbattuto, senza riuscire a dare un senso alle croci e alle rose disseminate sulla sua strada.
Al momento opportuno, per, anche Margherita era sparita senza che se ne sapesse pi niente, come inghiottita dalla terra. Con lei si era dissolto nel nulla anche il documento inviato da Anversa, e da quella citt non erano giunte altre rivelazioni. Forse anche l la confraternita aveva dovuto fare i conti con la giustizia umana, in attesa di verificare la benevolenza di quella divina. Il tempo era cos trascorso senza novit di rilievo, e Arrivabene poteva ragionevolmente supporre di averla fatta franca; era pur vero che il risanamento improvviso delle sue finanze aveva fatto sorgere dei dubbi nella cerchia delle sue conoscenze, ma come il solito era riuscito a sviare i sospetti ingigantendo la consistenza di qualche affaruccio andato in porto nel campo dell'export e giustificando cos la sua ritrovata agiatezza. In un paio di opportuni viaggi a Liverpool aveva piazzato gran parte dei diamanti presso ricettatori, tornando a Londra con cifre rilevanti in contanti che, giudiziosamente amministrate, gli avevano consentito di riprendere il consueto stile di vita, e di mantenere pi che decorosamente la propria famiglia. Gli episodi dei due furti, cos diversi fra loro, avevano disorientato i confratelli rosacrociani. Se l'autore era la stessa persona, perch rubare dei diamanti preziosi e subito dopo sottrarre un documento dal valore del tutto simbolico? A loro era oscuro il movente, ma Filelfo aveva agito in quel modo contando proprio sullo smarrimento che avrebbe annebbiato le capacit razionali degli investigatori. Aveva avuto ragione, in definitiva, e tutte le indagini si erano affievolite fino a cessare completamente. Alla fine della storia, comunque, si era accorto di attribuire una particolare importanza alla vecchia pergamena con la Dichiarazione dell'indipendenza americana, di essersi, diciamo cos, affezionato:
chiss, forse possederla gli ricordava quel periodo turbolento della sua vita, e anche come fosse stato abile a eludere i pericoli della situazione e i sospetti dei rosacrociani. Quel tempo lontano, al quale non pensava pi da anni, si era riaffacciato violentemente, e ora forse gli eredi dei confratelli londinesi intendevano prendersi una sommaria e tardiva rivincita. Lui non li avrebbe di certo aspettati, il treno stava per partire, e da Firenze lo avrebbe poi portato pi lontano, a Parigi, o a Berlino, o magari in qualche piccola citt anonima dove chiudere con il passato e riprendere a scrivere di storia, l'unica sua vera passione.
Dalla locomotiva part un suono lacerante di sirena insieme a uno sbuffo di fumo. Filelfo allung le gambe e si prepar a farsi cullare dal rollio del treno. Fu proprio in quel momento, come obbedendo a un imperativo superiore, che il cielo giallo si oscur e cominci a soffiare un furioso turbine di vento. Definire turbine, seppur furioso, lo sconvolgimento sbucato in un attimo da chiss quali recessi della terra rende solo una pallida idea di quello che accadde: le folate dopo essersi impennate a mulinello si infilarono sotto i vagoni, li scossero come pagliuzze, li trascinarono con s come se un'enorme mano li sollevasse e li sbattesse gli uni con gli altri, e tutti insieme contro i muri e gli alberi. Si aprirono le cateratte del cielo, e una pioggia torrenziale prese a cadere fino a diventare in pochi minuti un fiume di fango. Poi la pioggia si mut in grandine grossa come noci, che sfond tetti e frantum finestre, sorprese gente per strada e la fer seriamente, fino a spaccare tutte le vetrate della chiesa, colpendo con le schegge i fedeli terrorizzati.
Quali peccati erano stati commessi nella sonnacchiosa citt dei bagni per meritare tanta distruzione? La tranquilla cittadina delle acque in pochi minuti era diventata irriconoscibile, le tende e le insegne dei caff e dei ritrovi sventolavano strappate, le sedie e i tavoli giacevano rovesciati, volati ovunque. Il finimondo si era scatenato proprio nella zona centrale del paese, quella pi fitta di case, ritrovi, alberghi, e i danni avevano quindi assunto proporzioni straordinarie.
Il breve raggio di un centinaio di metri era stato l'epicentro dell'apocalisse, del rapido passaggio della bufera: in questo modo, prodigiosamente, gli stabilimenti termali erano rimasti indenni e anche la massiccia struttura della Locanda Maggiore aveva retto l'urto lamentando la sola rottura dei lampioni posti sulla porta d'ingresso.
Non pi di cinque minuti era durata la tempesta, ma molti se la sarebbero ricordata per anni. Poco oltre la stazione, i vagoni del treno per Firenze, alla fine, parevano scatole ammaccate di latta ammucchiate in un cortile. Flebili gemiti si alzavano dai rottami e ai soccorritori apparve una scena raccapricciante. Dai finestrini spaccati spuntavano facce insanguinate incapaci anche di chiedere aiuto; molti passeggeri erano rimasti all'interno del convoglio, intrappolati dalle lamiere e colpiti dal crollo dei sedili e delle altre parti mobili del treno. Una diecina di valigie e di borse erano state scaraventate all'esterno dove si erano spalancate disseminando abiti e carte in un miscuglio pauroso. Dal vagone sul quale era salito Filelfo, l'ultimo del convoglio, non usciva alcun suono. Era l'unico passeggero ad aver scelto quella postazione, ritenuta scomoda dai pi.
Non esistevano ancora squadre organizzate di pompieri: toccava a tutta la popolazione in occasione di incendi o di episodi calamitosi scendere in campo per cercare di alleviare i danni causati alle propriet comuni, ma anche ai beni dei privati. Successe cos anche per il fortunale scatenatosi ai Bagni di Montecatini quel tardo pomeriggio di luglio dell'anno 1882.
Fra coloro che si avvicinarono ai vagoni del treno accartocciati come fossero di burro c'erano anche Teofilo Testi e Pietro Tempestini. Intendiamoci, il loro impulso primario, per il quale si erano precipitati in strada alle invocazioni d'aiuto, era stato quello di dare una mano e soccorrere i malcapitati viaggiatori del treno delle 17,45 per Firenze. Ma il richiamo della professione urgeva sempre in loro, e cos in una tasca della giacca Teofilo portava un libriccino per gli appunti e una matita ben temperata, mentre il fotografo Pietro non usciva mai di casa senza la sua macchina, che abbisognava per del treppiede e allora le mani si impicciavano e darne almeno una, di mano, risultava complicato. Cos lui si ergeva a testimone e, aggirandosi sui luoghi delle disgrazie, scattava fotografie destinate a immortalare gli eventi e a riprodurne l'oggettiva e molto spesso cruda realt. Un servizio che lui prestava volontariamente, da tutti ammirato per la precisione delle immagini e apprezzato per la partecipazione emotiva dell'autore.
Quando arrivarono vicino a quello che una volta era stato un treno, entrambi si sentirono accapponare la pelle. Poteva qualcuno averla scampata dopo uno sfracello simile? L'ultimo vagone in particolare si era rovesciato e all'interno era scoppiato un principio d'incendio. L'unica speranza era riposta nella possibilit che fosse vuoto, e cos con cautela i due si arrampicarono sulle lamiere contorte e guardarono dentro. Sembr che non ci fosse nessuno, anche se la vista di una borsa avvolta dalle fiamme denunciava la presenza almeno di un passeggero. Tempestini si arrangi con una mano sola e scatt una fotografia; Teofilo dovette usarle entrambe per prendere il libriccino e la matita e schizzare le prime impressioni a caldo. Due giorni dopo, su La Nazione, sarebbe apparso un suo particolarissimo articolo corredato di fotografie con il quale si chiarivano tutte le circostanze della tragedia e si appuntava l'attenzione su quell'ultimo, disgraziato vagone.
...Non vidi niente in un primo momento per il fumo che si sprigionava dall'incendio. Una borsa di pelle finiva di bruciare, caduta forse dall'appoggio in alto sul quale era stata riposta. All'interno del vagone era avvenuto il crollo di ogni struttura, i finestrini divelti e le pareti schiantate sul piano in pezzi. Un grosso aggancio di metallo occupava il centro del vagone dopo essere piombato dall'alto con violenza inaudita. Erano due pesanti braccia che sostenevano la parte alta del convoglio; dopo lo scontro con il muro di mattoni del ponte sul rio Sant'Antonio si erano staccate ed erano precipitate. Quando riuscii ad aprirmi un varco in mezzo al fumo e alle macerie purtroppo dovetti constatare che sotto spuntava il corpo d'un uomo. Era con ogni evidenza ormai morto; il grosso aggancio lo aveva colpito alla testa senza lasciargli scampo mentre tentava di raggiungere
lo sportello d'uscita. Per questo si trovava in mezzo al vagone.
Le due braccia di metallo sopra di lui parevano formare una croce che pietosamente lo ricopriva. Si chiamava, abbiamo poi saputo, Filelfo Arrivabene, un lombardo che stava lasciando i Bagni di Montecatini, dove aveva soggiornato per diverse settimane, per Firenze. Era un distinto gentiluomo, imprenditore e commerciante, per molto tempo in passato dimorante a Londra. Nella sua borsa di cuoio  stata ritrovata una pergamena quasi del tutto bruciata, e non  stato possibile appurare se si trattasse di un documento di particolare pregio. La moglie e le figlie, abitanti presentemente a Genova, sono state avvertite della tragica scomparsa del loro congiunto e giungeranno nella cittadina termale domani.
Se Teofilo Testi avesse conosciuto l'intera storia, oltre a tirarci fuori un pezzo con i controfiocchi e non una semplice e stringata cronaca, si sarebbe anche dilettato a ricamarci sopra con uno sfoggio compiaciuto d'erudizione. Avrebbe di sicuro scomodato il padre Dante e la celebre legge del contrappasso. Era facile infilarla in questa vicenda: come quel personaggio strano di nome Filelfo si era approfittato a suo tempo della confraternita dei Rosacroce agendo proditoriamente per trarne indebiti vantaggi, cos ora ne pagava il fio, ed era proprio una croce anomala a porre fine ai suoi giorni. Sarebbe come dire chi di spada ferisce, di spada perisce, ma non scomodiamo Galimberto e i suoi adagi in questo frangente luttuoso.
Christian Rosenkreuz venne sollecitamente avvertito dello sconvolgimento avvenuto ai Bagni e in seguito anche della fine di Filelfo. Non ebbe dunque bisogno di proseguire nella sua rivalsa contro di lui. Nella villetta di Monsummano pot quindi immergersi nelle sue letture predilette e in un paio d'occasioni, perch no, speriment i benefici effetti della vicina grotta. Scendendo con estrema prudenza il pendio lungo il laghetto sotterraneo, a scanso di sorprese.


Capitolo 19.
Padre e figlia.

La vettura di Masino sostava di fronte all'ingresso dell'albergo della grotta Giusti, su un lato della piazzetta. Il fiaccheraio era sulle spine, impaziente di riprendere la via del ritorno per arrivare presto a casa, dal suo bimbo appena nato. In attesa del Maestro Verdi, sparito nei meandri del giardino, e della sua signora che era andata a cercarlo, scambiava due parole con Napoleone Melani. A dire il vero, lui ascoltava e basta, perch quell'omone grande e grosso pareva un fiume in piena. L'albergatore non stava nella pelle per l'eccitazione procurata dalla presenza del grande musicista; accompagnarlo alla grotta era stato solo uno degli innumerevoli attestati di stima e considerazione tributati a quella celebrit, che con il suo soggiorno esaltava i Bagni di Montecatini e la Locanda Maggiore.
- Che dici, Masino, quante casse di vino ho a mandare al Maestro, cinque o sei? Gli mando il Chianti, quello s, me l'ha detto, ma non m'ha detto quanto... io gliene mando sei, che voi, un facciamo i tirati proprio con lui, e poi me li vole pagare, s eh...! e d'olio, d'olio, quale gli mando? Fo cos, due stagnette d'olio sopraffino e due di quello da friggere... glielo mando a Genova, per ferrovia, e speriamo che i soliti amici un ci mettano il naso. Hai visto come fanno, questi figli di bona donna, aprano il piombo col coltello, levano i fiaschi, rimettano il filo nel piombo, ci danno una bella martellata sopra e bonanotte! Ma se m'accorgo che il servizio lo fa chi m'intendo io, sul vagone appena partito dalla stazione, gli stacco la testa a scapaccioni!
Masino sentiva e non sentiva. Mentre pensava ai fatti suoi, annuiva a tratti, perch tanto Napoleone era partito per la tangente e da lui non aspettava risposte ma grugniti d'approvazione. E allora, cos, per accalorare di pi quel giovanotto gi in bollore per conto suo, e poi perch aveva il cuore contento, gli venne l'estro di buttargli l qualche esca, e quello abboccava, hai voglia se abboccava!
- Sor Melani, ma un lo sa che al Maestro gli garba il Pomino, me l'ha detto lui, speriamo che Napoleone mi mandi
il Pomino, m'ha detto proprio ieri davanti al Tettuccio! E l'olio, e vole quello de' Pianacci, mi raccomando, un faccia figuracce, dev'esse' proprio de' Pianacci, lui se n'accorge senn, e allora come si passa... come passa tutto il paese, per una stagnetta d'olio ci porta per bocca tutto 1 mondo... che, ha capito, sor Melani?
Intanto era arrivata la signora Stolz bella linda dopo la sauna nella grotta e la vasca successiva. Mancavano solo i coniugi, ma era questione di poco, medit fra s e s Napoleone, ripensando ai fattori del Colle con i quali aveva sempre fatto poca razza. Ma stavolta lo dovevano accontentare per forza, ne andava di mezzo la buona reputazione di tutta la Valdinievole!
Il Maestro sbuc in quel mentre di fondo al vialetto ghiaioso, e che fosse lui appoggiato palesemente alla moglie e non viceversa meravigli non poco sia Napoleone che Masino. Cosa gli era mai capitato in quel poco tempo trascorso da solo (almeno cos pensavano loro)? S'avvidero subito dei fogli stretti nelle mani di Verdi e allora s'immaginarono tutt'e due che avesse ricevuto una notizia strabiliante, tale da assestargli un colpo da annichilirlo. Anche la signora Stolz mentre si faceva aria con il ventaglio, ebbe un moto di sorpresa nel vedere la scena e si precipit a sua volta a sorreggerlo. Insomma il Maestro, un arzillo vegliardo settantenne solo due ore prima, ora pareva un centenario sorvegliato a vista e in attesa di tirare le cuoia.
Ci volle tutta per farlo risalire in vettura; alla fine si lasci andare sul sedile di botto, e mentre Masino avviava il morello piano piano, la salute del Maestro avanti tutto, si mise a guardare i fogli in mano senza leggerli, quasi fosse incantato. Li guardava e basta, accartocciati, e pensava che la sua vita era come quei fogli, accartocciata. I momenti felici erano passati e difficilmente sarebbero tornati; e anche i ricordi diventavano sbiaditi, anzi dolorosi. Commiserava la sorte nefasta toccata a Margherita, almeno cos era costretto a pensare dalle ultime righe della lettera; se avesse almeno saputo del suo miracoloso salvataggio dalle acque del Tamigi e della figlia nata in Italia per rallegrare le sue ultime settimane di vita... Stava tornando verso Montecatini, e l, i lati pi oscuri della vicenda si sarebbero chiariti.
A Napoleone Melani si erano seccate le domande in gola: non era proprio il momento di tirare in ballo ordinazioni di vino e olio, al Maestro l'unico olio ora utile pareva essere quello santo, tanto era sbatacchiato. Per al Colle lui ci doveva andare lo stesso, al frantoio e alla cantina e sperare nella sua buona stella. Giuseppe Verdi, malandato o no che fosse, non poteva essere scontentato. Cos, nel silenzio pi assoluto dentro la vettura e mentre la sera estiva cominciava a effondersi allungando le ombre, la comitiva giunse in vista delle prime case dei Bagni subito passato il ponticello sul Salsero. Le basse sponde del fiumiciattolo erano zeppe di canne; scalzi e con le maniche delle camicie rigirate tre o quattro ragazzetti davano la caccia ai ranocchi, con la prospettiva di infilzarli con le spille delle mamme e farli saltare, quello pi abile avrebbe fatto vincere al proprietario un premio in natura, noci o altri frutti selvatici. Altre carrozze tornavano dalle gite fuori Montecatini, dal Castello o dalla grotta Maona, dove si raccontava avessero ritrovato pietrificato un teschio preistorico d'una specie di scimmia, che si diceva fosse quasi umano, ma il nome era troppo difficile per ricordarselo.
Girare intorno a un problema non contribuisce a risolverlo: cos, alla fine, sar necessario che la vettura, pur se il cavallo andava piano, arrivi a destinazione. La piazza dei Bagni a quell'ora presentava solo qualche rapido passante. Gli ospiti si stavano preparando per la cena, le finestre delle stanze della Locanda Maggiore erano tutte illuminate e dietro i vetri si intravedevano le silhouette delle signore alle prese con bustini e chignon. Una serata come tante altre, forse
da terminare per qualcuno a teatro, all'Arena, dove aveva cominciato a esibirsi la compagnia dello Stenterello fiorentino Alceste Corsini. E dopo il teatro, una scappata al Regio Casino dove i signori si ritrovavano per il bicchiere della staffa e le signore si scambiavano il programma per l'indomani. Ma la serata solo all'apparenza appariva normale. In una delle stanze della servit, nel sottotetto, smaniava in un letto una nuova ospite.
Viola era stata accompagnata da Azul nella stanza assegnata da Galimberto; il Maestro di Casa aveva fatto meglio che aveva potuto, ma il risultato era comunque uno sgabuzzino con un lettuccio di ferro, una bacinella per l'acqua, e una piccola finestrella in basso, dove spioveva il tetto a travi. Azul aveva pregato di avvertire Viscardello e Osmondo del grave malore della ragazza e del suo, diciamo, ricovero presso l'albergo. Non era trascorsa mezz'ora che i due uomini gi si erano precipitati al capezzale della sventurata Viola. Ora tutti e tre la stavano guardando impietriti dallo sgomento, mentre lei agitava convulsamente la testa di qua e di l, per poi piombare nell'immobilit pi assoluta, rotta da brevi rantoli soffocati. Azul le asciug il sudore dalla fronte con una pezza bagnata, poi cerc inutilmente di farle prendere un sorso d'acqua.
La carrozza di Masino si arrest in quei momenti di fronte alla locanda. Napoleone Melani rientr rapidamente nei ranghi dell'albergatore indaffarato, in attesa di procurare nei giorni successivi il vino e l'olio per il Maestro. Scese velocemente, salut la compagnia e s'infil nelle cucine, il suo regno, per controllare di persona il menu della cena. Galimberto si affannava per arginare il trambusto delle intrusioni di quegli eccentrici personaggi (Azul prima e poi i due uomini, il gobbo e il grosso tipo di colore) nella locanda. Quando rientr Verdi con la moglie, la signora Stolz s'accorse, e non si trattava di un'impresa difficile, della sua prostrazione e di come procedesse a stento, proprio lui che aveva sempre vantato una gamba lesta a dispetto dell'et. Non avrebbe cenato, disse a mezza voce al Maestro di Casa, ma si sarebbe subito ritirato nel suo appartamento per riposare. Questa decisione lo stup, conoscendo Verdi come una buona forchetta poco propenso a digiunare senza un motivo grave. Cosa poteva essergli successo di tanto angoscioso? Il Maestro, sempre accompagnato dalla moglie, si avvi su per le scale, dalla parte del cosiddetto Palazzotto, cio il settore dell'albergo affacciato sul giardino di eucalipti, dove erano il suo appartamento e la stanza della signora Stolz, sullo stesso corridoio e quasi comunicanti. Passo lento, faticoso; scalini diventati alti come dighe; i piani da raggiungere simili a montagne da scalare. Ma non era destino che il Maestro arrivasse in camera sua: sul primo pianerottolo, chiss se fermo l in attesa o sbucato per caso da dietro un angolo, c'era Viscardello. Aspettava proprio lui, Giuseppe Verdi, in quel momento soltanto il padre di Viola, della quale ignorava perfino l'esistenza.
L'inquietudine del Maestro era evidente; forse lui stesso aspettava che succedesse qualcosa, che i fogli ancora stretti in mano diventassero persone, parole vive, spiegazioni. Cos quell'anziano gobbo apparso all'improvviso non ebbe bisogno di molte parole per colpire la sua immaginazione. Bast che dicesse: Maestro, una persona la sta aspettando di sopra, e la sta cercando da tanti anni... Venga con me, la prego, il tempo  poco, quello che resta... il tempo ci  sfuggito di mano, troppo a lungo.
Non aveva bisogno di essere spronato, il celebre musicista. Quelle poche parole parvero infondergli un'energia nuova: si stacc con un movimento repentino da Giuseppina e fece cenno a Viscardello di guidarlo. Anche gli scalini, numerosi, per giungere nel sottotetto furono affrontati da Verdi con un rinnovato spirito, mentre Giuseppina al contrario penava ora pi di prima, quando aiutando il marito in difficolt aiutava anche se stessa, e le sue gambe malferme. Due, tre, quattro piani, ed ecco infine il lungo corridoio della soffitta con le camere della servit. Davanti a una porta aperta sostavano Azul e Osmondo, che si tirarono da parte quando arriv Verdi al seguito di Viscardello.
Il Maestro esit solo un attimo, quasi avesse dovuto recuperare le forze dopo la salita: ma lo sguardo era tornato fiero e il respiro solo appena affannato. La camera era in penombra, con gli scuroli chiusi e una candela a spargere un lieve chiarore. Verdi si avvicin al lettuccio e fiss la ragazza sdraiata e inquieta. Come aveva fatto nelle ultime ore, teneva gli occhi socchiusi e si mordicchiava le labbra emettendo di quando in quando brevi colpi di tosse. Come era possibile?
Chi era quella ragazza sofferente cos meravigliosamente simile alla sua Margherita, all'immagine nitida che gli si era riaffacciata alla mente? Come poteva trovarsi qui, in questa cameretta, in una locanda di un paese toscano, dopo cos tanti anni, cos uguale, minuta...
Quando Viola apr gli occhi e lo guard, Verdi sent un groppo stringersi alla gola: s, erano i suoi occhi, azzurri, timidi, gli occhi di Margherita, quelli che gli erano riapparsi tante volte in sogno. La ragazza tent di sorridere, ma solo lacrime presero a scenderle lungo le guance smunte. Con uno sforzo nel quale si raccoglievano le sue ultime energie sussurr una parola, una sola:
- Padre!
Il Maestro rimase annichilito. Dunque, questa era sua figlia, sua e di Margherita, e lui non ne aveva mai saputo niente, l'ultima lettera che aveva appena scoperto taceva sulla sua maternit; allora non aveva portato all'estremo l'intento di buttarsi nelle acque del fiume... e dove era stata tutto quel tempo, perch non si era rivolta a lui, non l'aveva cercato, non gli aveva raccontato... Tutto in quegli occhi azzurri, tutte le memorie, le immagini, le promesse, le illusioni, tutto era l, nell'azzurro di quegli occhi... Verdi riconobbe in lei Margherita, e riconobbe se stesso.
- Viola, Maestro, il suo nome  Viola, figlia della povera Margherita, morta tanti anni fa, e figlia vostra, come ci ha raccontato Margherita quando stava ormai morendo, parlando del vostro amore... Da tanti anni Viola voleva conoscervi, parlarvi, dirvi quanto vi ama pur non standovi vicino... Viscardello non riusc a proseguire oltre; il gobbo
malnato era un'anima trasparente, e quella storia giunta all'epilogo gli pareva terribile, la colpa era anche loro, sua, di Azul e Osmondo, che l'avevano voluta per s negandola agli affetti pi cari... e ora ne pagavano il fio, non sarebbe stata pi di nessuno, la povera Viola profumata e fragile.
Viola era spirata senza riprendere conoscenza alle prime luci dell'alba. La tosse si era interrotta all'improvviso, dopo un accesso pi violento, e la fanciulla subito dopo aveva smesso di respirare, quasi di nascosto. Giuseppe Verdi le era stato accanto senza staccarle gli occhi dal volto, come a voler recuperare tutto il tempo perso, il tempo trascorso inutilmente, lontani... Giuseppina non si era mossa da quella soffitta, il suo posto era con il marito, ora specialmente aveva bisogno di lei, del suo amorevole conforto. Anche i tre istrioni non se n'erano andati. Azul era arrivata al mattino disfatta dal dolore, con il viso ridotto a una maschera di lacrime e bistro. Viscardello si era ripiegato ancora di pi su se stesso accentuando la sua deformit, e Osmondo si era seduto affranto, con la giacca e la camicia zuppe di sudore e di sfinimento. Era morta, Viola, la figlia appena ritrovata. Giuseppe Verdi s'accorse che non sapeva niente di lei, come era cresciuta, cosa le piaceva, se fosse o meno innamorata... allora nel guardare quel povero corpo immobile pens a un'altra delle sue creature, una di quelle uscite dalla sua musica, morta sulla scena ma eternamente viva nel cuore del mondo. La stessa malattia le aveva portate via entrambe; simile il loro nome: Violetta gli aveva strappato un diluvio di lacrime, nel musicare la sua fine straziante.
Viola era morta cos, semplicemente, con il rimpianto acuto di chi l'aveva cresciuta e l'amava; mentre lui non sapeva niente di lei... allora pens a Violetta e fu come se avesse scoperto sua figlia. La traviata morta sulla scena era sua figlia, come quella ragazza sconosciuta l di fronte a lui. Fu allora che Giuseppe Verdi trov conforto in un pianto dirotto. Giuseppina, la fedele amica, gli carezz una mano, pietosa.
La strada per il camposanto era bianca di polvere, il giorno dopo. La tempesta aveva rispettato i morti, il piccolo angolo dove riposavano eternamente i Montecatinesi da pi di un secolo era restato immune dal cataclisma del giorno prima. La citt si stava curando le ferite, la volont comune era riuscita in poche ore a sanare i danni pi evidenti del fortunale. La stazione ferroviaria e i binari erano stati ripristinati, i vagoni rovesciati, rimossi. Viola fu sepolta vicino a una siepe d'alloro; nell'ultimo viaggio era stata accompagnata dalle persone pi care, quelle che facevano parte della vita trascorsa, e quelle trovate al tramonto del suo breve percorso terreno.
Giuseppe Verdi non era entrato nel cimitero; con il cappello in mano e gli occhi bassi, si era fermato davanti al cancello: toccava ad Azul, Viscardello e Osmondo offrire l'estremo saluto alla povera Viola. Non a lui: non era stato padre per lei, se non nell'ultimo istante della sua vita tormentata e allora il suo posto era fuori, a piangerla in silenzio.
La cerimonia funebre dur pochi minuti. Il parroco aveva altro da fare, un matrimonio tra due giovani di buona famiglia,
l s che ci sarebbe scappata un'elemosina come si deve, mica in quella circostanza luttuosa: il morto, come si diceva anche allora, giace, e quelli che rimanevano si davano, anche allora, pace. Che si dessero pace era pi che probabile, ma era sgradevole generalizzare, occorreva valutare di caso in caso. Nel caso di Viola, per esempio, non pareva che gli interessati seguissero i consigli dettati dal buon senso, almeno nella tormentata contingenza del funerale e del distacco dalla cara estinta. Azul era invecchiata di venti anni e di sicuro non avrebbe avuto pi l'estro di esibirsi in danze esotiche, cos come Viscardello, afflosciato su se stesso, senza pi lo spirito e l'istinto del buffone spericolato.
Solo Osmondo sembrava aver superato il momento difficile, come se pensasse a una rinascita dopo il castigo della morte. La scomparsa di Viola l'aveva ferito nel profondo, nonostante in apparenza fossero stati i suoi due compagni ad alimentare con lei una pi stretta comunione di vita. Ma gli altri due, Azul e Viscardello, pareva che avessero esaurito la loro parte e che lui invece stesse aspettando l'occasione propizia per diventare protagonista e recitare come gli piaceva, sul proscenio. Aspettava forse un autore degno di questo nome: per questo, la sua partecipazione emotiva al lutto recente era stata pi sfumata, leggera. Altri impegni lo aspettavano, ne era certo, e il dolore per la perdita di Viola non avrebbe dovuto offuscare la sua meta. Doveva ancora salire sul cavallo bianco per entrare in scena e restarci fino al termine della rappresentazione. Osmondo avrebbe avuto modo di sperimentare di persona quanto giusta fosse questa sua aspirazione: ma la realt avrebbe superato ogni pi rosea speranza, e lui, il suo personaggio, sarebbe andato incontro a un ruolo e a una fama memorabili.
La compagnia degli attori girovaghi si era fermata nel paese dei Bagni per riprendersi un po' dalle ultime traversie, risistemare i carri e accudire i pochi animali rimasti oltre ai cavalli per il traino. La vita della comunit dei Bagni di Montecatini stava pian piano tornando alla normalit. Gli stabilimenti termali continuavano a essere frequentati da una folla di ospiti, cos come i teatri e i caff, che velocemente avevano ricucito i loro tendoni e raddrizzato tavoli e banconi. La met di luglio coincideva allora con il colmo della stagione, come si diceva. L'orchestra delle terme aveva aggiunto nuovi elementi al suo organico, trombe e violini, fino a raggiungere il numero di dodici. Il Maestro Revere suonava la mattina al Tettuccio e il pomeriggio alla Torretta, mentre un elegante quartetto di signorine musiciste si esibiva allo stabilimento Tamerici, attirando il pubblico pi per l'avvenenza e la novit che per la bravura.
Anche la vita degli alberghi aveva ripreso a snodarsi come nei momenti migliori, senza sussulti apparenti. L'episodio di Viola con la sua carica emozionale e tragica era piano piano sfumato nella memoria degli ospiti e soprattutto nel ricordo di Galimberto e di Napoleone. Proibito fermarsi, indugiare, baloccarsi, ogni fatto doveva essere masticato, deglutito e digerito in un batter di ciglia. I clienti dovevano vivere come sospesi su una nuvola, senza fremiti e preoccupazioni, a tutto pensavano Galimberto e Napoleone. Quasi a tutto, per verit: si ritrovavano proprio in quei giorni di fronte
all'incapacit accertata di smuovere il Maestro da una specie di torpore melanconico, una rilassatezza sospetta, un'apatia sofferente. Come metter fine alle ambasce dell'ospite pi ricercato? Come cercare di tirarlo fuori dalla sua depressione? Provarono con la musica, ma non fecero che peggiorare la situazione: Verdi scans come un accidente un'edizione del Don Pasquale di Donizetti messa su in quattro e quattr'otto dalla direzione della Locanda Maggiore. Allora provarono con i giochi di societ, ma n le tombole paesane n i pi raffinati tornei di bridge smossero l'interesse del Maestro. Infine, colsero parzialmente nel segno: un sabato di met luglio nel grande prato dietro la Palazzina Regia pettinato all'inglese (dove scendeva un tempo il Granduca con la corte, il buon Canapone soprattutto) si allestirono dei rutilanti fuochi artificiali, con luci e scoppi che avrebbero risvegliato un morto. E quelle girandole e stelle multicolori avevano pungolato anche Verdi, che dei fuochi artificiali era un appassionato: gli ricordavano gli anni giovanili, le feste patronali, i dolciumi e lo zucchero filato dei bambini, e allora che si desse fuoco alle polveri, e ci si stordisse con quel frastuono, con il naso all'ins!
Era stata una breve vacanza, per, perch il Maestro era ripiombato nella mestizia degli ultimi giorni. Era ritornato qualche mattina al Tettuccio e aveva continuato docilmente la cura, ma l'incantesimo dell'inizio, delle settimane precedenti, era passato, e ora quell'acqua gli pareva soltanto sale sparso sulle sue ferite aperte. Una volta, un pomeriggio di vento che scuoteva gli alberi e faceva volare i cappelli, and al camposanto. Arriv fino al cancello, guard all'interno le tombe, le statue degli angeli fiammeggianti, i Cristi benedicenti, le lapidi di madri esemplari, di mogli dilette e di figli strappati all'amore dei genitori nel fiore degli anni: e non ebbe l'animo di entrare e di lasciare un fiore sulla pietra dove era inciso solo un nome e una data. Fu l'unica volta che tent di somigliare a un padre.
Giunse alla fine il giorno della partenza per il Maestro Verdi, sua moglie Giuseppina e la signora Stolz, cantante boema buona amica di famiglia. L'appuntamento con Masino e la sua vettura per andare alla stazione era fissato per la mattina presto, a un'ora definibile antelucana. I treni allora viaggiavano anche di notte, e non era sorprendente arrivare in una stazione alle tre del mattino e trovarci bell'e pronto per la partenza un treno con la caldaia infuocata e gli sfiati sbuffanti vapore. Masino ne faceva spesso di questi servizi, anche se il suo morello chiedeva poi doppia razione di biada per ricompensa della levataccia: la tariffa era per maggiorata e dunque tutti restavano contenti. La famiglia era cresciuta, l'abbiamo visto, e allora bisognava far fruttare tutte le occasioni di lavoro della breve stagione balnearia, e poi il Maestro Verdi era diventato cliente, il che significava per Masino pattuire una specie d'abbonamento, tante corse al giorno, tanto di tariffa.
Galimberto Galimberti e Napoleone Melani aspettavano il Maestro alzati. Forse non erano neppure andati a letto, nel giustificato timore di non farcela a levarsi per tempo e di lasciarlo partire, come si dice, insalutato ospite. E poi bisognava stargli un po' dietro, al Maestro, che nell'ultima
settimana di permanenza ai Bagni ne aveva viste di tutti i colori, fra morti ammazzati e morti naturali. Tutto il paese era in subbuglio per la sua partenza, e nessuno voleva azzardarsi a pensare di non rivederlo l'anno successivo. Sarebbe stato uno smacco troppo grosso per i Bagni di Montecatini, una disfatta per le terme e per la comunit intera: sovveniva anche in questa occasione la saggezza popolare per la quale amore fa amore, e crudelt fa sdegno. A Montecatini vinceva l'amore per il Maestro, su questo non c'erano dubbi, e crudelt sarebbe stata non averlo pi come ospite. Insomma, Galimberto e Napoleone erano all'in piedi, con la faccia stropicciata, nella sala della Locanda e aspettavano. Verdi scese le scale dietro alla moglie e alla signora Stolz. Tre facchini stavano portando a piano terra dalle camere le valigie e i bauli. Il conto era stato gi saldato: nessuno si era azzardato a proporre al Maestro uno sconto sulla tariffa pattuita (perch l'aveva pattuita: il contadino della Bassa non voleva sorprese), mentre vino e olio avrebbero poi preso la via di Genova contrassegno. I convenevoli di rito tra il Maestro di Casa, l'albergatore e il Maestro di musica non furono ordinari, nel senso che spunt tra di loro una certa familiarit, per non dire confidenza. Il Maestro era stato bene, in albergo, la camera era risultata spartana come piaceva a lui, il mangiare semplice, la gente ossequiosa senza smancerie; il dramma di quella ragazza, sua figlia, cos violentemente strappata alla vita sotto quel tetto, anzich convincerlo a fuggire da l, l'aveva ammonito a conservarne il ricordo, a tornare in quei luoghi anche negli anni futuri.
Cos nell'uscire dalla Locanda il Maestro si sofferm un attimo, si gir verso la facciata e guard in alto, verso le basse finestrelle dell'ultimo piano, dove la figlia appena conosciuta se nera andata in silenzio. Fuori ad aspettarlo per l'ultimo saluto prima della partenza c'era la coppia regina della cronaca locale, il Testi e il Tempestini. Senza taccuino l'uno, senza macchina fotografica l'altro, erano l solo per ossequiare il Maestro, e fargli sentire la vicinanza di tutto il paese per il dramma che aveva vissuto. Arrivederci, Maestro Verdi, avevano sussurrato rispettosamente. Il vegliardo li aveva contraccambiati con il solito sorriso e un cenno della testa. Aiutato da Masino era salito quindi sulla vettura coperta, dove gi si erano accomodate le signore. Il morello gir lemme lemme intorno alle vecchie logge, ancora con gli sporti chiusi e la fontanella gocciolante, per poi imboccare la via della stazione. Poche centinaia di metri attraverso una citt addormentata, sugli angoli due alberghi appena inaugurati, il Roma di Giuseppe Tessi da una parte e l'Europa del Silvestri dall'altra. Tutte spente le luci dei locali, all'interno dei pochi lampioni pubblici a olio guizzavano fiammelle opache.
Il treno delle 4,00 del mattino per Firenze ancora non era arrivato in stazione. La comitiva di Verdi scese dal legno di Masino lentamente, mentre il fiaccheraio si occupava dei bagagli e li allineava sul marciapiede in attesa dei facchini. Il buio della notte era ancora fitto, all'ingresso della stazione, in mezzo alle quattro colonne del porticato esterno, baluginava un lampione. Di fianco erano state ricavate delle pensiline per i passeggeri, perch si riparassero dal sole o dalla pioggia. E l, dietro marchingegni con i quali i ferrovieri
saggiavano la tenuta dei binari e la solidit degli stantuffi, tre ombre parevano nascondersi.
I personaggi sono quelli che ci hanno accompagnato nella nostra storia, apparsi e descritti, parlanti o taciturni, con le loro molteplici sfaccettature, partecipi e attivi a tratti, quando con maggior risalto, quando con un impatto meno fragoroso: sono i tre guitti della compagnia Smeraldi, del circo girovago, garanzia di prezzi modici, attrazioni sorprendenti, divertimento assicurato.
Nemmeno loro sapevano da quanto tempo si trovavano sotto quella pensilina, forse dalla sera prima; o forse dagli anni precedenti, chiss, chiss se aspettavano pazienti il Maestro Verdi per raccontargli di s, della loro storia diventata arte grazie a lui. Erano emblemi, raffigurazioni, immagini di un tempo trascorso; e ora si facevano avanti, si mostravano nelle fisionomie segrete che solo lui aveva saputo raccontare con la sua musica. L'avevano cercato perch li riconoscesse infine, e ritrovasse la figlia che era doppiamente sua, partorita due volte, prima dall'amore per Margherita e poi dalla sua arte.
Viola era morta, ma Violetta tornava in vita ogni sera con la musica del Maestro, ed era ogni sera libera, innamorata, combattuta, alla fine soverchiata dal male; ma eternamente viva.
Due delle tre figure appartate entrarono nella luce del lampione e Giuseppe Verdi le vide; e allora, nel buio di una stazione ferroviaria, nell'estate dei suoi settant'anni, cap; come non averli riconosciuti prima? Come non aver capito che erano proprio loro, i suoi personaggi, ad aver accompagnato quella fragile ragazza verso di lui, suo padre? Ecco l il gobbo Rigoletto che piange la figlia morta per amore e urla la sua disperazione dopo aver invocato la vendetta; ed ecco ancora Azucena la zingara che svela il terribile segreto del trovatore, nel delirio di morte dell'epilogo, dopo che ha raccontato come stride la vampa... E il terzo personaggio, a quale delle sue memorie appartiene? Chi  quell'imponente uomo, nero di pelle, vestito alla veneziana... nessuno dei suoi personaggi gli assomiglia, la sua musica non  ancora giunta a tanto... E allora, in quel preciso momento, che Giuseppe Verdi decide di proseguire nel suo percorso musicale. Scriver l'Otello, una tragedia della gelosia, e, forse, sentir meno crudo il rimpianto del tempo trascorso, della vita corsa come in un batter di ciglia.
Giuseppe Verdi sarebbe tornato ai Bagni di Montecatini fino alla stagione del suo commiato dalla vita.
Prima, insieme alle sue donne, la Peppina e Teresina Stolz, poi, dopo la morte della moglie, con la cantante boema rimasta buona amica. Ogni anno avrebbe seguito le indicazioni cliniche del professor Fedeli, poi quelle del professor Grocco suo successore, compresa la tabella dietetica che tanto lo angustiava; avrebbe goduto dell'ospitalit amichevole di Napoleone Melani, del suo vino e del suo olio, sarebbe salito quasi ogni giorno sulla carrozza di Masino, rallegrandosi della sua famiglia che cresceva, un fiaccheraio dietro l'altro; avrebbe accolto con un sorriso il fiore che ogni giorno gli offrivano le fioraie, e ascoltato pazientemente le sue arie suonate dall'orchestrina delle terme. Sarebbe stato
un ospite discreto, alieno dagli strepiti della piazza; sotto l'ombrello grezzo, lungo il viale, tutti potevano incontrare l'immortale Maestro a passeggio.
Tornava ogni anno, il Maestro Verdi, per le tre settimane di luglio, ed era diventato un'istituzione. Lui, come al solito, si considerava alla stessa stregua degli altri ospiti; ogni anno per, si ritagliava nel pomeriggio un'ora per andare al camposanto del paese. Stava l con Viola, e le raccontava di s, soprattutto degli anni passati, dei suoi viaggi, delle prime delle opere, della casa di Sant'Agata. Le diceva del successo dell'Otello, e di come volesse chiudere la carriera con un'opera buffa. L'amato Shakespeare gliene dava l'estro, Falstaff pareva fatto su misura per lui. Parlava con lei come non aveva potuto fare in vita, e quando usciva da l era confortato, gli pareva che i malanni e gli acciacchi dell'et fossero passati.
Non ne parlava con Viola per non rattristarla, ma dentro di s ricordava anche quell'anno fatidico, tutto il gran putiferio della morte di Temistocle Solera e l'incidente che aveva sottratto ai vivi anche quell'altro uomo misterioso, Filelfo Arrivabene. E poi la lettera di Margherita, e quello straniero che gliel'aveva consegnata consentendogli di conoscere la sorte della sua amata; e il breve incontro con la figlia, senza che lei potesse parlare se non con quell'unica parola che gli si era infissa nel cuore. I suoi vecchi compagni istrioni erano spariti da quell'anno, e non gli era pi capitato di vederli ai Bagni n in altri posti; Viscardello, Azul e Osmondo, quando sentiva la sua musica gli riapparivano, il gobbo, la zingara, il grosso uomo di colore. E allora pensava che tutto
era sogno, e forse anche lui aveva sognato; e che il tempo era passato come se fuggisse impalpabile alla nostra percezione. Una strana fuga, a ben vedere.
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FINE.
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Postfazione.
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Il fondamento del racconto, la tela sulla quale  dipinto il quadro,  una verit inoppugnabile: Giuseppe Verdi ha frequentato i Bagni di Montecatini a partire dal 1882, scendendo alla Locanda Maggiore di Napoleone Melani con la moglie e Teresa Stolz. Su questo dato di fatto reale si innestano le storie, tutte di fantasia, riguardanti la sua presunta paternit e le vicende drammatiche degli altri personaggi. Temistocle Solera, il librettista del Nabucco e dell'Attila, era gi morto nel suo letto, compagnie di artisti girovaghi si limitavano ai loro spettacoli, il paese dei Bagni non ha visto, a quanto consta, sette segrete e nemmeno personaggi ambigui o sicari misteriosi aggirarsi per le sue vie. Verdi  stato davvero a Londra per la prima dell'opera IMasnadieri, ma se abbia avuto qualche avventura galante rimane nel campo delle ipotesi. Altrettanto di fantasia  un suo coinvolgimento nell'invenzione criminosa che ha la sua origine in Inghilterra. Margherita e Filelfo hanno preso vita in quest'occasione, la lettera d'addio e lo scritto criptico sono i loro contrassegni.
Vera  invece l'atmosfera salottiera dei Bagni ottocenteschi, la vita negli stabilimenti termali, i profili dei comprimari, siano vetturini, albergatori o fotografi, questi s personaggi reali. Il dramma raramente faceva parte della vita degli ospiti termali, tutti intenti a conversazioni garbate e a passatempi musicali o teatrali. Altrettanto vera  la tempesta che si scatena su Montecatini quell'anno, ma le conseguenze, probabilmente esigue, le abbiamo forzatamente dilatate. Vero  che Giuseppe Verdi continuer a frequentare i Bagni di Montecatini ogni anno fino alla morte, nel 1901. Dubitiamo che abbia visitato il cimitero del paese, lui che scansava come la peste ogni accenno di fatto luttuoso. I suoi due figli li aveva davvero seppelliti in tenera et, e Viola, la figlia appena ritrovata,  parto della nostra fantasia. Chiss...
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Piccola biografa dei personaggi.
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Giuseppe Verdi (1813-1901) - Genio assoluto del melodramma, frequenta per venti anni i Bagni di Montecatini insieme alla moglie Giuseppina Strepponi e alla soprano Teresa Stolz. Perde la prima moglie Margherita e i due figli prima di raggiungere il successo. Non avr altri figli, e questo sar sempre il suo cruccio. Scrive a Montecatini parte delle due ultime opere, l'Otello e il Falstaff. Per la cittadina toscana e le sue acque avr sempre una predilezione, cos come affettuosi saranno i rapporti con i personaggi che incontrer durante i suoi soggiorni. La storia immagina di fargli ritrovare a Montecatini una figlia avuta in giovent, ma che morir subito dopo lasciandolo sconvolto.
Temistocle Solera - Personaggio storico, ferrarese, librettista delle prime opere di Verdi, fra le quali Nabucco, Attila, Giovanna d'Arco. Si trov realmente in cattive acque durante la sua vita, dopo essere stato in auge specialmente in Spagna. Nel romanzo, ai Bagni di Montecatini cerca Verdi, quindi incontra l'altro protagonista, Filelfo, conosciuto a
Londra molti anni prima.  vittima infine di un oscuro disegno criminoso.
Filelfo Arrivabene - Personaggio di fantasia, anche se un corrispondente reale di Verdi si chiamava Opprandino Arrivabene. Nel romanzo personaggio ambiguo e sfuggente,  il fulcro della storia e funge da nesso tra le due vicende che si incrociano. E a Londra con Verdi e Solera, provoca le decisioni estreme di Margherita e poi ai Bagni  vittima quasi predestinata dei suoi colpevoli comportamenti.
Viscardello, Azul, Osmondo - Sono personaggi di fantasia, tre artisti girovaghi (il gobbo, la zingara, l'uomo di colore) che vogliono incontrare Verdi ai Bagni di Montecatini. La figlia di Verdi, Viola,  cresciuta con loro, ora potr incontrare finalmente il padre; ma soprattutto essi rappresentano le opere del Maestro, il loro vivere e camminare nel mondo e mostrarsi nella scena finale con il vero volto. Quindi personaggi dalla doppia natura, veri e fantastici, protagonisti e vittime.
Margherita Tammaro - Anch'essa personaggio di fantasia,  la ragazza che Verdi incontra a Londra e che ama. Avr una figlia dal compositore, senza che lui lo sappia. Fragile e malata, dimostra una forte volont nell'assumere una decisione estrema; la sua lettera  come un testamento, anche se la morte per tisi la coglier dopo che gli artisti girovaghi l'avranno presa con loro, salvandola dal fiume.
Viola - Si immagina che sia la figlia che Verdi non sa di avere e che alla fine ritrover il padre per un breve momento. Vissuta sempre nella carovana degli artisti, si ammala della stessa malattia della madre. Spirer infine tra le braccia di Verdi, che continuer a rimpiangerla per il resto della vita.
Christian Rosenkreuz - Personaggio al confine tra realt e leggenda,  a capo della setta dei Rosacrociani. I loro simboli, la croce e la rosa, appaiono nel corso della storia in diversi momenti. Tesse una trama fitta per vendicarsi di uno sfregio subito molti anni prima, ma il fedifrago, Filelfo Arrivabene, rester vittima di una sorta di nemesi prima che la giustizia degli uomini lo raggiunga.
Napoleone Melani, Teofilo Testi, Pietro Tempestini - Tre reali protagonisti dell'estate dei Bagni di Montecatini: l'albergatore della Locanda Maggiore, anfitrione di Verdi, il giornalista che registra gli avvenimenti del paese e il fotografo che ne riproduce le immagini. Trovano in questo romanzo una loro collocazione ideale, tra realt e fantasia.
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FINE.

